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Attentato a Ranucci, bomba distrugge l’auto: “Chi ha messo l’ordigno conosce le mie abitudini”

AGI – Gravissima intimidazione a Sigfrido Ranucci: poco dopo le 22 di ieri sera una bomba è deflagrata sotto l’abitazione del giornalista e conduttore di Report a Pomezia, alle porte di Roma, distruggendo la sua auto e danneggiando quella della figlia che era parcheggiata accanto.

L’attentato è avvenuto in località Campo Ascolano: l’ordigno rudimentale con un chilo di esplosivo era nascosto tra due vasi esterni, tra la vettura e il cancello della casa, e ha causato due esplosioni in rapida sequenza.

Un’autovettura rubata è stata trovata dagli investigatori nei pressi dell’abitazione del giornalista RAI Sigfrido Ranucci dove, questa notte, è stato compiuto un atto incendiario contro la sua vettura e quella di sua figlia. Secondo quanto si apprende, un passante avrebbe, inoltre, visto un uomo incappucciato ieri sera nella zona di viale Po, a Pomezia, a poca distanza dall’abitazione del conduttore di Report e avrebbe riferito la circostanza agli inquirenti. In base ai primi risultati delle indagini, sembrerebbe che chi ha posizionato l’ordigno rudimentale abbia seguito gli spostamenti del giornalista e il percorso seguito per rientrare nella villetta. 

 

 

Ranucci: “chi ha messo ordigno conosce le mie abitudini”

“All’inizio molto ingenuamente ho pensato che fosse esplosa la bombola di gas della macchina, poi abbiamo visto che l’esplosione era davanti e presentava la presenza di un ordigno”. A raccontarlo è stato Sigfrido Ranucci, ospite stasera de ‘Il cavallo e la torre’ su Rai3. “Da giornalista – ha proseguito – la parte più stimolante è fare un’inchiesta su questo episodio, le dinamiche sono secondo me abbastanza significative”.

Gli inquirenti “hanno scoperto all’istante – ha aggiunto – che era un ordigno rudimentale, presente un chilo di esplosivo, probabilmente polvere pirica” e “l’innesco era stato fatto in maniera temporanea, quindi fatto all’istante: questo significa chi lo ha fatto esplodere aveva presumibilmente monitorato il fatto che non c’era nessuno”, ma “il sottotitolo – ha osservato Ranucci – di tutta questa vicenda è che chi ha posto quell’ordigno conosce le mie abitudini, perché io mancavo da 4 giorni da casa e il fatto che avesse aspettato quel momento dopo 40 minuti che ero rientrato e che avesse posto la bomba proprio sotto il posto dove io passo sostanzialmente, significa che conosce le mie abitudini e ci dà il senso che può colpire in qualsiasi momento”.

A chi gli ha chiesto perché stamane abbia parlato di “salto di qualità“, Ranucci ha risposto spiegando che “in questo ultimo anno, anno e mezzo, sono accaduti una serie di episodi, regolarmente denunciati all’Autorità giudiziaria: pedinamenti, minacce attraverso sms, e la scorta ha trovato proiettili di P38 nel cespuglio vicino a casa”.

Quanto alla paura, “è un sentimento umano, è normale che ci sia, serve a salvare la vita tua e delle persone intorno. È stato bello sentire le dichiarazioni dei miei figli che hanno detto di essere orgogliosi di avere un padre del genere e io sono orgoglioso di loro”, ha concluso Ranucci, sottolineando che domenica 26 ottobre “tornerà il solito ‘Report'”.

Il conduttore: “contro di me un preoccupante salto di qualità”

 “Contro di me c’è stato un salto di qualità preoccupante”: Sigfrido Ranucci parla al telefono con l’AGI dopo quanto avvenuto questa notte e rivolge “un pensiero” ai carabinieri uccisi nell’esplosione del casolare nel Veronese.

“Sono tornato a casa dopo tre giorni. Questa notte alle 22.17 c’è stata una forte esplosione davanti a casa”, racconta. “L’ordigno rudimentale”, spiega è esploso “proprio nel posto dove passo per entrare in casa. Il problema è che solo venti minuti prima ci era passata anche mia figlia”, osserva il giornalista.

Sull’episodio indaga l’Antimafia. Inquirenti e investigatori “stanno vagliando anche episodi del passato, di diversa natura, che non ho reso noti prima. Nello stesso posto dove è stato piazzato l’ordigno, in passato, trovai dei proiettili. C’è un salto di qualità preoccupante. E’ un segnale che chi ha commesso questo gesto conosce bene le mie abitudini. C’è qualcuno che sta osservando quello che faccio”, sottolinea.

“Il mio pensiero va ai carabinieri morti” nell’esplosione nel casolare a Castel D’Azzano, dice infine il conduttore di Report nella giornata dei funerali di Stato dei tre militari.

Già in passato il 64enne giornalista romano aveva subito minacce e intimidazioni per le sue inchieste. Nei giorni scorsi, tra l’altro, aveva anticipato i temi della nuova stagione su Rai3 che partirà il 26 ottobre, con inchieste che spazieranno dalle banche alla sanità.

Due auto distrutte 

Dopo la deflagrazione, le due vetture sono state avvolte dalle fiamme. Il giornalista era rientrato da poco a casa e la figlia aveva parcheggiato la sua vettura ed era passata una mezz’ora prima: “L’esplosione avrebbe potuto ucciderla”, ha detto Ranucci.

Indaga l’Antimafia

Sul posto sono intervenuti i carabinieri e gli investigatori della Digos, che hanno avviato i rilievi tecnici. I pm dell’Antimafia di Roma indagano sull’attentato dinamitardo, il fascicolo è in carico al sostituto procuratore della Dda di Roma, Carlo Villani. A coordinare il pool è il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi.

 

Verbali secretati, ricostruito avvertimento

“I verbali sono stati secretati, ma abbiamo cercato di ricostruire possibili momenti dell’avvertimento che è arrivato ieri sera”. Lo ha detto il giornalista della RAI Sigfrido Ranucci lasciando piazzale Clodio dopo aver parlato con i pm. Era dai tempi dell’attentato a Costanzo che non si verificava un atto del genere contro un giornalista, ha ricordato.

Preoccupa perché “è vero che si tratta di un ordigno rudimentale”, ma era “stato posizionato dove sono rientrato” quindi “conosce le mie abitudini, perché lo ha messo in un punto dove passo solitamente”, spiega. La Dda, “ovviamente ha cercato di capire la nostra attenzione – della squadra di Report -, sulla criminalità organizzata”, aggiunge Ranucci.

La solidarietà bipartisan 

Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi ha subito “dato mandato di rafforzare misura a protezione” di Ranucci. Solidarietà è stata espressa da tutto il mondo politico, a partire dalle più alte cariche dello Stato, e anche dall’Ue.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto pervenire al giornalista la sua solidarietà e la “severa condanna” per l’intimidazione.

La “più ferma condanna per il grave atto intimidatorio” è stata espressa anche dalla premier, Giorgia Meloni: “La libertà e l’indipendenza dell’informazione sono valori irrinunciabili delle nostre democrazie, che continueremo a difendere”, ha assicurato.

Per la leader dem, Elly Schlein, “l’attentato a Ranucci è un attentato alla democrazia e alla libertà di informazione”.

La Rai, “le intimidazioni non fermeranno l’informazione” 

Il Cda della Rai ha espresso “massima e convinta solidarietà” a Ranucci: “Non saranno certo le intimidazioni a fermare il nostro dovere di informare e continuare a raccontare la realtà nella quale viviamo”, ha assicurato.

“Ogni tentativo intimidatorio contro chi lavora per un’informazione libera e indipendente è un attacco allo stesso servizio pubblico“, ha affermato l’ad, Giampaolo Rossi. Nel pomeriggio è stato organizzato un presidio Fnsi, Usigrai e Stampa Romana davanti alla sede Rai di via Teulada.

 

 

 

 

 

 

 

Soncin fa scena muta davanti al gip. Nelle chat con l’ex l’ultimo grido di aiuto di Pamela

AGI – Gianluca Soncin, fermato con l’accusa di avere ucciso l’ex fidanzata Pamela Genini, si è avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio davanti al gip Tommaso Perna che si è svolto nel carcere di San Vittore. Soncin ha scelto la strada del silenzio di fronte all’accusa di omicidio aggravato da premeditazione, stalking, crudeltà e futili motivi. L’accusa, rappresentata dalla procuratrice aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, ha chiesto la convalida del fermo e la misura cautelare del carcere. 

Pamela, 29 anni, è l’ultima donna vittima di femminicidio. Una violenza da parte del suo ex, cui aveva detto di voler interrompere la relazione, vista in tempo reale dai dirimpettai di quel terrazzino in via Iglesias nel quartiere Gorla di Milano in cui tutto si è consumato. L’allarme, seppure dato subito dai vicini al 112, anche perché Pamela aveva chiesto aiuto a un altro suo ex, non ha potuto evitare la morte della donna.

Gianluca Soncin, 52 anni, ha infierito su di lei con il suo coltello per ben 24 volte anche mentre la polizia faceva irruzione al civico 33, forzando il portoncino di ingresso e poi la porta dell’appartamento del femminicidio. Poi all’arrivo degli agenti sul terrazzino, si è autoinferto due coltellate ed è stato ricoverato all’ospedale Niguarda. La sua auto è parcheggiata dalla tarda serata di ieri nella strada del delitto.

Gip, Soncin può uccidere madre vittima

Gianluca Soncin potrebbe uccidere la madre di Pamela Genini e “prendere di mira” F.D., l’ex fidanzato le cui dichiarazioni sono state decisive per ricostruire gli ultimi istanti di vita della donna e il contesto violento in cui è maturato l’omicidio. Lo scrive il gip Tommaso Perna nel provvedimento di convalida del fermo spiegando che c’è il pericolo di recidiva.

 

“In tal senso, infatti, denotano le stesse modalità dell’azione, violenta e agevolmente ripetibile. Peraltro, sul punto si evidenzia che ha minacciato di morte anche la madre della vittima, non potendosi allo stato escludere che egli porti a compimento anche tale gesto, preannunciato piu’ volte. Parimenti degno di nota è il pericolo che l’indagato, nella sua follia omicidiaria, possa prendere di mira anche F.D. che oltre ad essere reo di essersi frequentato con la vittima prima di Soncin, ha contribuito in misura significativa alla ricostruzione del contesto”. 

 

 

 

Femminicidio a Milano, al via l’interrogatorio di Soncin. L’ex fidanzato di Pamela: “Volev…

AGI – “Le aveva fatto lasciare il lavoro, l’aveva costretta a cambiare radicalmente le abitudini di vita, non le permetteva di vedere le amiche e nemmeno di contattarle per telefono, l‘aveva aggredita e minacciata di morte”. F.D. è l’ex fidanzato di Pamela Genini, l’ultima persona con cui la giovane donna ha parlato lasciandole intendere di essere in pericolo mentre Gianluca Soncin era in casa sua col coltello col quale l’avrebbe uccisa.

F.D.è anche il testimone che ha messo a verbale i contorni del “quadro agghiacciante”, lo definiscono gli inquirenti, entro i quali la storia tra i due è finita in un imbuto di violenza, con tante ‘bandiere rosse’ di pericolo che sventolavano in modo sinistro. I due si erano messi assieme nel marzo 2024.

F.D., 40 anni, era rimasto amico della giovane imprenditrice dopo una relazione di 3 anni con lei. “Fin da subito Soncin non permetteva a Pamela di lavorare facendole lasciare il lavoro. Dopo qualche settimana dall’inizio della relazione si trasferivano nell’abitazione di Soncin a Cervia, dove lui iniziava ad assumere atteggiamenti controllanti e privativi verso Pamela non permettendole di vedere le amiche nè tanto meno di sentirle telefonicamente. Tuttavia, Pamela, di nascosto mi contattava con il numero anonimo, raccontandomi quanto stava vivendo, mandandomi messaggi effimeri con la cancellazione automatica, facendo la stessa cosa con alcune amiche. Sono a conoscenza, sempre su racconto di Pamela, che Soncin per sfuggire ai controlli della Polizia si accompagnava nei viaggi con lei”. Il testimone delinea “il climax ascendente di vessazioni e violenza”.

“Ricordo che nel maggio del 2024 un amico mi aveva contattato riferendomi di aver visto Pamela, che si era recata nella sua abitazione in viale Monza per riprendersi il cane, particolarmente trasandata e con vistosi ematomi sulle braccia. Nell’estate 2024 erano in vacanza all’Isola d’Elba dove Soncin l’aveva aggredita con calci e pugni, oltre a minacciarla con dei cocci di vetro nella camera d’albergo, cercando di buttarla dal balcone, dicendole che l’avrebbe ammazzata. A quel punto Pamela era riuscita a contattare il personale dell’albergo che era riuscito ad allontanarlo”.

E poi, sempre secondo quanto detto da F.D. che riporta le narrazioni della modella, “a settembre 2024 avevano organizzato una gita alla fiera del cinema di Venezia e, il giorno prima di partire, Pamela aveva annunciato a Soncin di aver chiamato un fotografo per andare all’evento, cosa che scatenava l’ira di lui che l’aggrediva fisicamente strappandole i vestiti, colpendola con vari pugni e cercando di accoltellarla, minacciandola di morte”. A quel punto, F.D. spiega di avere deciso di interrompere i suoi rapporti con la sua ex fidanzata “a causa del suo rapporto con Soncin”.

Qualche mese dopo, è la ragazza a implorarlo di aiutarla ad allontanarsi da Soncin “dicendomi che non sapeva più a chi chiedere aiuto”. “Temeva di chiudere con lui per paura che lui facesse del male a lei e ai suo genitori, come minacciava. Ci sentivamo tutti i giorni e ogni ventina di giorni lei mi raccontava di episodi di violenza fisica“.

 

 

 

 

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Garlasco: legali Venditti, distrutto senza indizi

AGI – Quella portata avanti dalla Procura di Brescia nei confronti dell’ex magistrato pavese Mario Venditti è stata “una feroce e precoce attività di perquisizione e sequestro finalizzata a colmare quel vuoto indiziario”. Lo scrive l’avvocato Domenico Aiello nella memoria depositata ieri al Tribunale del Riesame di Brescia chiamato a decidere, entro sabato, se accogliere il suo ricorso per l’annullamento del decreto di perquisizione a sequestro nell’ambito dell’indagine che vede Venditti indagato per corruzione in atti giudiziari per il caso Garlasco.

L’ex procuratore aggiunto è accusato di essersi fatto corrompere per chiedere l’archiviazione di Andrea Sempio nel 2017, poi accolta da un gip.

“Sono state emesse con solerzia deleghe e direttive di indagine non sufficientemente stratificate, e per nulla supportate da adeguato fumus e persino troppo ampie nel contenuto rispetto all’oggetto dell’analisi, oggi è indagato soltanto il magistrato preteso corrotto – si legge nel documento -. L’azione impugnata ha quindi subito prodotto una manifestazione intempestiva dell’attività di indagine in corso, una discovery anticipata su confusi obiettivi di interesse investigativo). Risultato, all’esordio il procedimento ha definitivamente condotto alla distruzione irreversibile del patrimonio di onorabilità del mio assistito”. 

Esplicite le critiche alla strategia della Procura bresciana: “L’accusa, nell’ansia di attivismo, ha assunto, ritengo con singolare leggerezza un importante e drammatico rischio: distruggere la reputazione e soltanto poi prodigarsi alla ricerca della prova. L’effetto è stato istantaneo quanto irreversibile. È stata sacrificata ogni prudenza, a favore della speditezza non necessaria, trattandosi di fatti non recenti, prudenza che avrebbe condotto, prima a raccogliere, in segreto, e dunque per definizione con maggiore efficacia, la prova, per poi render noto lo status di indagato del magistrato oggi al vostro cospetto”.

 

 

Il legale allarga la prospettiva evidenziando che l’attività investigativa può minare la fiducia dei cittadini nelle toghe.

“Tutto quanto si traduce nella valutazione del comportamento di un magistrato assume una delicatezza peculiare poiché, in un organismo, la patologia che investe un singolo organo interessa, con effetti perniciosi, tutto il corpo. Il reato commesso dal magistrato, nell’esercizio delle sue funzioni, mina l’autorevolezza dell’intera magistratura, poichè crea una crepa in un organo che deve erigere mura invalicabili contro l’aggressione mossa da logiche estranee alla motivazione giuridica dei provvedimenti. L’indagato, l’imputato, la parte civile, il cittadino, potranno maturare il convincimento che dietro la sentenza di condanna, dietro l’assoluzione, dietro l’esercizio della azione penale o dietro qualsivoglia determinazione giudiziaria vi sia una spiegazione parallela e patologica”.

Sicurezza rafforzata a Roma: in programma il Forum della Fao e la commemorazione della dep…

AGI – Roma blindata per questi giorni di ‘fuoco’ – che seguono la visita di Papa Leone XIV al Quirinale -, con le forze dell’ordine in prima linea per garantire la sicurezza nella città.

 

Giornate complesse nella cornice dell’attuale contesto internazionale che vede, tra l’altro, nella giornata di domani – per la ricorrenza dell’82esimo anniversario della deportazione degli ebrei di Roma, compiuta dai nazisti il 16 ottobre 1943 -, anche la commemorazione al Portico d’Ottavia, nel cuore del quartiere ebraico.

 

Da ieri sono oltre 130 le delegazioni provenienti da tutto il mondo arrivate e previste in città. Fra loro il re di Giordania, Abdullah II. Saranno in campo unita’ specializzate antiterrorismo, tiratori scelti, nuclei Nbrcr, reparti antisommossa, dispositivi antidrone e droni della polizia in sorvolo per il monitoraggio aereo.

 

Per il World food forum – Forum alimentare mondiale -, nel palazzo della Fao, le aree interessate alla zona dell’Aventino sono organizzate con livelli di massima sicurezza che richiederanno modifiche alla viabilità. Tutti i servizi – come disposto dal questore di Roma Roberto Massucci -, tenderanno a limitare al massimo i disagi per i cittadini che saranno chiamati ancora a giornate difficili per le aree centrali della città. 

 

 

 

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Venerdì a Padova i funerali di Stato dei carabinieri morti nell’esplosione

AGI – I funerali di Stato dei tre carabinieri deceduti nell’esplosione di un casolare a Castel d’Azzano (Verona) si celebreranno venerdì alla Basilica di Santa Giustina di Padova.

La camera ardente del brigadiere capo Valerio Dapra’, 56 anni, del carabiniere scelto Davide Bernardello, 36 anni, e del luogotenente Marco Piffari, 56 anni, sarà allestita al comando della Legione Veneto dei Carabinieri.

I ricoverati ancora in prognosi riservata

Intanto tre persone sono ancora ricoverati in Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona nell’ospedale di Borgo Trento: due militari dell’Arma dei carabinieri e la donna che ha azionato la deflagrazione. Per tutti la prognosi è ancora riservata.

Per quanto riguarda i due carabinieri, uno è ricoverato in Terapia intensiva Cardio toraco vascolare. L’altro si trova al Centro grandi ustionati.
Dopo la notte si evidenzia una minore intensità di pericolo per il paziente ustionato, anche per il carabiniere in Terapia intensiva c’è un progressivo miglioramento ma rimane
intubato.

La donna è ricoverata in Terapia intensiva generale. E’ il paziente più grave dei tre, resta intubata e si prosegue nel supporto farmacologico e respiratorio

La fiaccolata

Domani, annuncia la Città di Castel d’Azzano sui canali social, si terrà una “fiaccolata silenziosa e veglia di preghiera per Valerio, Davide e Marco, carabinieri venuti a mancare durante lo svolgimento del loro servizio il 14 ottobre 2025”. 
La partenza è alle 18 con partenza da Piazza Pertini

 

 

 

L’Intelligence italiana festeggia i 100 anni con un francobollo e una moneta commemorativa

AGI – Ricorre oggi il Centenario della nascita del primo Servizio di Intelligence nazionale, il Servizio informazioni militare (Sim), istituito con regio decreto nel 1925 per unificare le strutture informative di alcune forze armate – Esercito, Marina e Aeronautica – e porre le basi per la costruzione di un sistema informativo coordinato a tutela della sicurezza dello Stato.

I Servizi di informazione italiani hanno accompagnato il Paese attraverso le fasi più complesse della nostra storia, contribuendo a difenderne la stabilità e le Istituzioni democratiche: nel 1949 nasce il Servizio Informazioni Forze Armate (SIFAR), nel 1966 il SIFAR viene riorganizzato nel SID (Servizio Informazioni Difesa), sciolto nel 1977 e sostituito da due strutture distinte: il SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) e il SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica). Nasce inoltre il CESIS (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza).

Da ultimo la riforma del 2007 che istituisce il Sistema di Informazione per la sicurezza della Repubblica e la nascita del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), con funzioni di coordinamento, e delle Agenzie AISE (per la sicurezza esterna) e AISI (per la sicurezza interna) ad assicurare, grazie a una fisionomia moderna, un sistema civile, democratico, coordinato e trasparente in cui operare in sinergia per un obiettivo comune: proteggere gli interessi del Paese nel rispetto dei valori costituzionali.

 

Per celebrare questo secolo di storia e di servizio al Paese sono stati presentati un francobollo appartenente alla serie tematica ‘Eccellenze del sistema produttivo e del Made in Italy’, emesso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy in collaborazione con Poste italiane, e una moneta commemorativa da 5 euro in argento, finitura Proof, emessa dal ministero dell’Economia e delle Finanze e realizzata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

 

 

Alla presentazione e annullo sono intervenuti il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, il direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Vittorio Rizzi, il presidente dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Paolo Perrone, e il responsabile filatelia di Poste Italiane, Giovanni Machetti. Hanno inoltre preso parte il sottosegretario del Mimit con delega alla filatelia, Fausta Bergamotto, il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli, dell’Aisi Bruno Valensise, i membri del Copasir, e i rappresentanti delle armate e di polizia. 

“È trascorso un secolo, il tempo è passato, la realtà è completamente mutata – ha ricordato il direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Vittorio Rizzi – Sono cambiati gli strumenti, le minacce, le sfide ma di fatto la missione dell’Intelligence è rimasta la stessa: proteggere la Repubblica, difendere i suoi interessi vitali, garantire la libertà e la sicurezza dei cittadini nel rispetto della Costituzione e della legge”.

“Il valore reale della moneta è un simbolo del valore effettivo di questa cerimonia – ha sottolineato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano – che non è una mera commemorazione ma è l’occasione per ribadire l’identità tra i principi su cui si fonda la nostra Repubblica e i principi su cui si fonda e si è fondata per tutto questo periodo l’attività dell’Intelligence”.

Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, “è un’occasione rara vedere insieme sia il francobollo sia la moneta: il francobollo è un tassello di una memoria collettiva, presentato ai collezionisti ma non solo, un po’ come era una volta l’immagine dell’Italia che per esempio possedevano i nostri migranti nel mondo”.

 

 

 

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Todde resta presidente della Regione Sardegna. La Consulta: “Il Collegio di garanzia non p…

AGI – Alessandra Todde resta presidente della Regione Sardegna perchè non spettava al Collegio regionale di garanzia elettorale, con l’ordinanza/ingiunzione emessa il 20 dicembre scorso, imporne la decadenza dalla carica.

Questa la decisione presa dalla Corte costituzionale, con una sentenza depositata oggi, la quale ha sancito che il Collegio “ha esorbitato dai propri poteri” pronunciandosi sulla decadenza della presidente “in ipotesi non previste dalla legge come cause di ineleggibilità“, così “cagionando una menomazione delle attribuzioni costituzionalmente garantite alla Regione”.

Le “pur gravi fattispecie contestate” alla presidente, quali “la mancata nomina di un ‘mandatario elettorale’ con il compito di raccogliere i fondi della campagna elettorale, e la produzione una dichiarazione sulle spese sostenute, con relativo rendiconto, caratterizzata da diverse non conformità rispetto alle previsioni di legge”, osservano i giudici costituzionali, “non sono riconducibili” a quelle che, “in modo esplicito”, la legge (n.515/1993) che ha istituito i Collegi regionali di garanzia elettorale “ha selezionato come ipotesi di ineleggibilità e, quindi, di decadenza“.

Annullata la decadenza 

L’ordinanza/ingiunzione del Collegio di garanzia, dunque, è stata annullata limitatamente alla parte relativa alla decadenza di Todde: resta ora “impregiudicata”, spiega la Consulta, la questione relativa alla “possibilità di riqualificazione dei fatti”, rimessa al giudice civile.

La causa giudiziaria e la sanzione pecuniaria

Il provvedimento del Collegio di Garanzia è infatti al centro della causa giudiziaria promossa da Todde: il tribunale di Cagliari ha confermato, con una sentenza emessa il 28 maggio scorso, la sanzione pecuniaria pari a 40mila euro, e il processo in appello è fissato per il 7 novembre.

Inammissibilità del conflitto di attribuzione

Anche la sentenza del tribunale cagliaritano è stata al centro di un conflitto di attribuzione, sollevato dalla Regione Sardegna, davanti alla Corte costituzionale: i giudici della Consulta, con una seconda pronuncia depositata questa mattina, ne hanno dichiarato l’inammissibilità, osservando che la sentenza di primo grado “è stata pronunciata unicamente nei confronti delle due parti intervenute”, dunque nei confronti della Todde, “personalmente, in quanto destinataria delle sanzioni” e del Collegio di garanzia, “in quanto autorità che ha emesso l’atto”, e non anche nei confronti della Regione Sardegna, rimasta estranea al giudizio.

Todde, “avanti a testa alta”

“Oggi la Corte Costituzionale si è espressa. E noi continuiamo ad andare avanti, a lavorare a testa alta, con ancor più energia e determinazione con un solo obiettivo in mente: il bene della Sardegna”. Lo ha detto la presidente della Regione, Alessandra Todde, dopo la decisione della Consulta, notizia che ha appreso da Bruxelles mentre presiedeva il Forum delle regioni insulari europee.

“La Consulta ha riconosciuto che il Collegio di garanzia elettorale ha esorbitato dai propri poteri – ha argomentato Todde – pronunciandosi sulla mia decadenza in ipotesi non previste dalla legge come cause di ineleggibilità, e ha quindi menomato le attribuzioni costituzionalmente garantite alla Regione Sardegna. In parole semplici, la Corte ha affermato che non spettava ne’ allo Stato, ne’ al Collegio di garanzia dichiarare la mia decadenza ne’ che vi erano i presupposti per poterla dichiarare”.

La ‘governatrice’ sarda ha aggiunto che “in questi mesi mi hanno chiamata decaduta, hanno provato ad affossare il lavoro della Giunta, a screditare il mandato che le cittadine e i cittadini sardi mi hanno affidato. Hanno provato a mettere in discussione la legittimità di un governo democraticamente eletto. Noi, invece, abbiamo scelto un’altra strada – ha sottolineato – quella della fiducia nella giustizia e nelle istituzioni, della serietà e del lavoro quotidiano. Abbiamo continuato a fare ogni giorno tutto ciò che è necessario per risollevare la Sardegna, ignorando i detrattori. Lo abbiamo fatto con la schiena dritta e con la convinzione che la verità avrebbe parlato da sè”.

Riformatori Sardi, “restano le gravi inadempienze”

“La sentenza dice chiaramente che il processo civile andrà avanti. Quindi, vedremo come andrà avanti. E dice anche una cosa che oggi in pochi stanno cercando di leggere e cioè che le gravi inadempienze restano. Quindi il pasticcio politico e l’imperizia rimangono, e resta tutto quello che abbiamo sempre detto”. L’ha detto Umberto Ticca, capogruppo Riformatori Sardi del Consiglio regionale, commentando la sentenza della Consulta.

“Adesso, la parte della sentenza andrà avanti e questo, sicuramente – ha aggiunto Ticca -, dà valore alla tesi per cui il Consiglio regionale ha una autonomia decisionale importante e, soprattutto, riafferma dei principi di poteri garantiti dalla Costituzione alla Regione Sardegna. Questo, però, non cancella certamente il pasticcio che mai era stato fatto nella storia delle elezioni regionali sarde”

 

La uccide sotto gli occhi dei vicini, Femminicidio nella notte a Milano

AGI – Pamela Genini, 29 anni, è l’ultima donna vittima di femminicidio. Una violenza da parte del suo ex, cui aveva detto di voler interrompere la relazione, vista in tempo reale dai dirimpettai di quel terrazzino in via Iglesias nel quartiere Gorla di Milano in cui tutto si è consumato. L’allarme, seppure dato subito dai vicini al 112, anche perché Pamela aveva chiesto aiuto a un altro suo ex, non ha potuto evitare la morte della donna.

Gianluca Soncin, 52 anni, ha infierito su di lei con il suo coltello per ben 24 volte anche mentre la polizia faceva irruzione al civico 33, forzando il portoncino di ingresso e poi la porta dell’appartamento del femminicidio. Poi all’arrivo degli agenti sul terrazzino, si è autoinferto due coltellate ed è stato ricoverato all’ospedale Niguarda. La sua auto è parcheggiata dalla tarda serata di ieri nella strada del delitto

Interrogato nella notte dal pm Alessia Menegazzo, Soncin, poi dimesso dall’ospedale, si è avvalso della facoltà di non rispondere. La procuratrice aggiunta Letizia Mannella e la pm Alessia Menegazzo hanno chiesto la misura cautelare del carcere con le aggravanti della premeditazione e dello stalking. A quanto si apprende, non c’erano precedenti denunce di stalking a carico del presunto killer ma alcuni testimoni hanno riferito agli inquirenti di atteggiamenti vessatori nei confronti della donna che aveva deciso di interrompere la relazione.

La dinamica del delitto

Pamela è stata raggiunta da 24 fendenti da parte di Gianluca Soncin sul balcone di casa sua sotto lo sguardo dei vicini. La conferma arriva dal provvedimento di fermo siglato dal pm Menegazzo. La Procura contesta all’uomo l’aggravante degli ‘atti persecutori’ e della premeditazione per avere “ripetutamente minacciata di morte” la 29enne ed essersi “recato a casa” della donna “con un coltello, dopo essersi procurato una copia delle chiavi dell’appartamento”. Sono state contestate anche le aggravanti dei futili motivi e della crudeltà.

Al telefono quando l’aggressore è entrato in casa

Genini si trovava nella sua abitazione al telefono con un uomo col quale aveva avuto una relazione in passato a cui stava confidando di avere paura per gli atteggiamenti sempre più ossessivi di Gianluca Soncin. Mentre conversava con questa persona, Soncin, che aveva fatto la copia delle chiavi settimane fa, è entrato in casa e ha sorpreso la ragazza alle spalle col coltello in mano.

La 29enne ha fatto capire al suo interlocutore al cellulare cosa stava accadendo e l’ex compagno, al quale era legata da un solido rapporto d’amicizia, ha chiamato immediatamente le forze dell’ordine. E quando è squillato il citofono Pamela ha risposto “Glovo?” per non far capire a Soncin che a suonare erano gli agenti. L’imprenditrice ha aperto il portone ed è in questo brevissimo lasso di tempo, secondo le prime ricostruzioni della Procura, che sarebbe stata accoltellata. Gli amici di Pamela hanno raccontato agli inquirenti che Soncin l’aveva minacciata più volte. 

Il Pm, c’era rapporto ossessivo e violento

Tra Gianluca Soncin e Pamela Genini c’era “un rapporto possessivo e violento”. Lo scrive la pm Alessia Menegazzo nel provvedimento di fermo a carico del 52enne in carcere con l’accusa di avere ucciso la giovane imprenditrice. La valutazione degli inquirenti è fondata, in particolare, sulle dichiarazioni di F.D., col quale la ragazza aveva avuto una relazione precedente a quella con Soncin e che ha chiamato i soccorsi.

“Le sue dichiarazioni hanno permesso di ricostruire in modo cristallino il rapporto possessivo e violento intercorso fra l’indagato e la persona offesa – si legge nel fermo – facendo luce sulle possibili ragioni che hanno spinto l’uomo al gesto omicidiario da tempo espresso con minacce di morte e organizzato procurandosi una copia delle chiavi dell’appartamento all’insaputa della vittima. Le sue dichiarazioni hanno permesso di ricostruire gli ultimi giorni di vita della vittima e la dinamica del fatto”. Soncin sarà interrogato domattina alle 10 a San Vittore

I numeri del femminicidio in Italia

Dall’inizio del 2025 all’8 ottobre, secondo l’osservatorio di “Non Una di Meno“, in Italia ci sono stati almeno 70 femminiciditre suicidi indotti di donne e sei casi in fase di accertamento.

 

 

Soccorsi due alpinisti sul Dente Gigante del Monte Bianco

AGI – Il Soccorso alpino valdostano è intervenuto sul Dente del Gigante, a Courmayeur sul massiccio del Monte Bianco, per soccorrere due alpinisti in difficoltà. Durante la discesa in corda doppia i due erano rimasti bloccati a causa di una fune incastrata. I soccorritori li hanno raggiunti con un verricello lungo 70 metri.

Liberata la corda, gli alpinisti hanno potuto proseguire la discesa, monitorati dall’elicottero. Raggiunto il ghiacciaio, hanno confermato il rientro in autonomia.

 

 

 

Giulia Cecchettin: Turetta rinuncia all’appello, “Accetto l’ergastolo, voglio pagare inter…

AGI – Filippo Turetta, condannato all’ergastolo il 3 dicembre dello scorso anno dalla Corte di Assise di Venezia per il sequestro e l’omicidio di Giulia Cecchettin, ha deciso di rinunciare ai motivi d’impugnazione già depositati dai suoi legali per l’Appello in cui era contestata la premeditazione del delitto.

Una decisione comunicata proprio da lui con una lettera indirizzata al Tribunale e alla Corte d’Appello di Venezia, in cui dice di avere un pentimento sincero, e che la sua scelta non è strumentale a sconti di pena. Resta invece in piedi il ricorso in Appello presentato dalla procura di Venezia, che contesta la mancata applicazione dell’aggravante della crudeltà. L’udienza è fissata per il 14 novembre prossimo. 

Caso Garlasco, lo sfogo dell’ex procuratore Venditti: “Ho la vita rovinata”. La pm: “Indiz…

AGI – Si è svolta a Brescia l‘udienza davanti al tribunale del Riesame contro la perquisizione e i sequestri dei dispositivi elettronici eseguiti lo scorso 26 settembre nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, indagato dalla procura bresciana per corruzione in atti giudiziari in relazione al fascicolo per omicidio a carico di Andrea Sempio per il delitto di Garlasco aperto a fine 2006 e di cui ha chiesto l’archiviazione nel marzo 2017.

Il magistrato in pensione, assistito dall’avvocato Domenico Aiello, ha contestato i gravi indizi sulla base dei quali il pm Claudia Moregola, coordinata dal procuratore Francesco, ha emesso il decreto di perquisizione.

Lo sfogo dell’ex procuratore Mario Venditti

“Ho la vita rovinata, non ho mai preso un euro al di fuori dello stipendio”, ha detto, in sostanza, l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, nelle brevi dichiarazioni spontanee rese al collegio del riesame di Brescia durante l’udienza in cui ha chiesto, tramite l’avvocato Domenico Aiello, l’annullamento del decreto di perquisizione e i successivi sequestri subiti lo scorso 26 settembre nell’ambito dell’inchiesta della procura di Brescia con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari relativo al fascicolo del 2017 a carico di Andrea Sempio. Il collegio, presieduto da Giovanni Pagliuca, si è riservato di decidere, e la decisione è attesa entro 72 ore.

La procura di Brescia: “Indizi sufficienti”

A quanto si apprende, invece, la posizione espressa in aula dal pm di Brescia Claudia Moregola è che dalle indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e della gdf di Pavia e Brescia sono emersi “sufficienti indizi per indagare” su Venditti con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Ciò che è avvenuto lo scorso 26 settembre “non è una misura cautelare, ma solo un’attività di perquisizione“, ha chiarito il pm. La difesa del magistrato in pensione sostiene invece proprio l’assenza dei gravi indizi alla base del decreto di perquisizione.

La famiglia Sempio revoca il mandato all’avvocato

La famiglia di Andrea Sempio, intanto, ha revocato il mandato all’avvocato Massimo Lovati come co-difensore del 38enne indagato dalla procura di Pavia per l’omicidio di Chiara Poggi. La decisione era attesa dopo le ultime dichiarazioni rilasciate dallo storico legale di Sempio e dei suoi genitori. L’annuncio del nuovo avvocato che comporrà il collegio difensivo insieme ad Angela Taccia, amica di lunga data del 38enne, è atteso per venerdì prossimo.

Piantedosi ai carabinieri coinvolti nell’esplosione: “Vittime di un atto proditorio, quasi…

AGI – “Siamo qui per darvi tutta la solidarietà e le condoglianze per questa tragedia che mi ha colpito moltissimo ed è l’evidenza della difficoltà del lavoro che fate, di operazioni che troppo spesso, nell’opinione pubblica, vengono sottovalutate”. Lo ha affermato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, collegatosi con i feriti nell’esplosione a Castel d’Azzano, nel Veronese, durante la sua visita al Comando Generale dei Carabinieri a Roma, accompagnato dal Capo della Polizia, Vittorio Pisani.

“È il momento della costernazione – ha detto Piantedosi ricordando i carabinieri deceduti – e di stare vicino, nel dolore, alle famiglie dei tre militari morti e a tutti voi, che avete visto la morte in faccia e i vostri commilitoni morire tragicamente. Vi do un abbraccio fortissimo, grazie per quello che fate e per il sacrificio che ogni giorno affrontate sul territorio. Oggi purtroppo tocchiamo con mano che non esistono interventi ordinari”, ha aggiunto il ministro.

Il titolare dl Viminale ha ascoltato il racconto del comandante provinciale Claudio Papagno, ancora visibilmente provato, che ha spiegato come l’esplosione fosse stata “probabilmente predisposta da tempo”, aggiungendo che “gli autori avevano persino preparato delle molotov sul tetto, pronte a lanciarle dopo aver dato fuoco”. In collegamento nella videochiamata anche uno dei feriti con maggiori ustioni, un carabiniere completamente bendato con i soli occhi visibili, che faceva parte della seconda coppia di militari entrata nel casolare per l’operazione.

“Una grande tragedia. Questo è il momento del dolore e dell’essere uniti, vicini all’Arma dei Carabinieri e ai familiari delle vittime – ha poi ribadito Piantedosi parlando con i giornalisti -. La difficoltà e la complessità del lavoro quotidiano degli uomini delle forze di polizia, troppo spesso sottovalutato, alcuni interventi vengono percepiti come ordinari, ma non lo sono mai. Il rischio, anche quello più tragico, si annida dietro situazioni che possono sembrare di routine – ha osservato ancora Piantedosi -, è il momento del cordoglio, ma anche della riflessione sul sacrificio e la dedizione di chi ogni giorno serve lo Stato”.

“Si doveva eseguire un provvedimento di sgombero disposto dall’autorità giudiziaria, già tentato in passato. L’Arma aveva inviato mediatori per cercare una soluzione pacifica, ma sembra che ci sia stato un atto proditorio, quasi premeditato”, ha poi spiegato il ministro dell’Interno. “Tre persone sono state arrestate, tra cui una donna e un uomo rintracciato successivamente in una campagna di sua proprietà. Le prime ricostruzioni fanno pensare che la tragedia sia stata provocata dalla saturazione volontaria del gas, poi innescato dalla stessa donna. Una dinamica inimmaginabile, di un’aggressività senza precedenti – ha osservato il ministro – l’operazione era curata nel dettaglio e condotta in modo puntuale e professionale, con il supporto di Vigili del Fuoco e 118”, ha concluso visibilmente colpito Piantedosi.

Frana su un escavatore, un operaio sepolto vivo

AGI – Ci sono volute dieci ore di lavoro dei vigili del fuoco per estrarre da acqua, detriti e fango il corpo di Francesco Broda, 48 anni, sepolto vivo ieri alle 15 mentre stava lavorando con un escavatore nella zona industriale di Corridonia, in provincia di Macerata.

A dare notizia dell’ennesimo incidente sul lavoro il Corriere Adriatico e il Resto del Carlino. L’uomo lavorava con un escavatore, quando il mezzo è stato travolto da uno smottamento e il fango ha infranto i vetri della cabina, invadendola completamente, e con il passare del tempo, solidificandosi. I vigili del fuoco sono riusciti a liberare la salma dell’operaio all’una di notte, scavando senza sosta. 

Esplode un casolare durante uno sgombero: morti tre carabinieri. Funerali di Stato e lutto nazionale

AGI – Di quel casolare fatiscente nel piccolo comune di Castel d’Azzano (Verona) non resta che un cumulo di macerie. Sotto mattoni e travi hanno trovato la morte tre carabinieri che avevano bussato a quella porta nel cuore della notte per eseguire uno sfratto e una perquisizione. Ma si contano anche 17 feriti tra carabinieri, polizia e vigili del fuoco.

L’ultima volta che le forze dell’ordine avevano bussato a quella porta, esattamente un anno fa, avevano trovato il casolare saturo di gas e pronto a esplodere. In un’altra occasione gli occupanti avevano minacciato di darsi fuoco cospargendosi di liquido incendiabile.

La famiglia Ramponi: disagio e violenza

La storia di Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi è una storia di grande disagio, terminata con una azione violenta premeditata e architettata nei minimi particolari. I tre sono stati ora arrestati per omicidio premeditato e volontario, anche se la procura sta valutando di contestargli il reato di strage. Due dei tre fratelli sono anche tra i feriti, il terzo l’hanno dovuto stanare con un elicottero perché era riuscito a fuggire.

Sfratto e perquisizione: il dramma annunciato

Le forze dell’ordine sono arrivate intorno alle 3 del mattino assieme ai reparti speciali per circondare l’edificio. Ma appena i militari hanno varcato la soglia del casolare, Maria Luisa, al piano superiore, circondata da molotov e bombole di gas aperte ha utilizzato l’accendino che teneva in mano. “Sapevamo che la situazione era complessa, ma nessuno poteva aspettarsi un gesto di tale follia“, ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri di Verona, colonnello Claudio Papagno.

militari dell’Arma avrebbero dovuto dare esecuzione a due atti giudiziari: uno civile, lo sgombero, e uno penale, ovvero una perquisizione per la ricerca di armi ed esplosivi, dato che in un precedente sopralluogo per lo sgombero erano state infatti viste molotov nascoste sul tetto della casa dai droni. “Sapevamo che la situazione era disastrosa. Si erano cosparsi di benzina l’ultima volta. Avevano perso tutto ormai… vivevano senza corrente, senza riscaldamento, vivevano come dentro ad una grotta. Sapevamo tutti che era una situazione difficile, e già in 4/5 occasioni avevano preannunciato il peggio. Ora che gli avevano pignorato tutto dicevano: piuttosto che lasciare casa ci facciamo saltare in aria“, ha spiegato all’AGI un vicino di casa.

L’origine dei problemi e la spirale di debiti

problemi erano iniziati con un incidente avvenuto di notte, mentre i tre stavano sottraendo del fieno in un campo vicino con un trattore, a fari spenti. Un incidente che ha provocato il decesso di una terza persona. Da qui la richiesta di risarcimento, la vendita di alcuni campi, i problemi economici, un mutuo ottenuto falsificando la firma di uno dei familiari e il pignoramento della loro abitazione.

“Era una casa disastrata, senza luce, non so neanche se c’era l’acqua. Era una casa veramente fatiscente. Non c’era neanche l’allaccio della corrente elettrica: una casa per modo di dire – ha spiegato i cronisti il procuratore capo di Verona, Raffaele Tito – è stato uno dei momenti più duri della mia carriera, sicuramente, quindi anch’io ho visto i carabinieri portati fuori sotto le macerie e devo dire che mi ha molto colpito. Una tragedia che non ha uguali. Una cosa è una guerra di mafia, un’altra è morire così”.

Verona in lutto per i Carabinieri

Un cittadino di Verona nel pomeriggio ha deposto un mazzo di gigli davanti alla caserma provinciale dei Carabinieri di Verona. Il governatore Luca Zaia ha proclamato tre giorni di lutto.

Le reazioni istituzionali e il ricordo delle vittime

Nel pomeriggio la visita del ministro della Difesa Guido Crosetto e del comandante generale dei carabinieri Salvatore Luongo. “È una tragedia che ha colpito l’Arma e il Paese. Dobbiamo prima di tutto pensare ai familiari di questi tre Carabinieri che oggi stanno vivendo il dolore di questa perdita. Calcolate che non abbiamo avuto così tante perdite dalla strage del Pilastro e da Nassiria” ha detto il generale.

Mattarella, cordoglio ai familiari dei carabinieri e all’Arma

“Ho appreso con sconcerto e profondo dolore la notizia della morte dei tre militari dell’Arma dei Carabinieri, Luogotenente Carica Speciale Marco Piffari, Carabiniere Scelto Davide Bernardello e Brigadiere Capo Qualifica Speciale Valerio Dapra’, travolti da un’esplosione durante un’operazione di sgombero in provincia di Verona, nella quale sono rimasti feriti anche altri operatori delle Forze di polizia e dei Vigili del fuoco. In questa drammatica circostanza, esprimo la mia solidale vicinanza all’Arma dei Carabinieri e sentimenti di partecipe cordoglio ai familiari, insieme all’augurio di pronta guarigione agli operatori feriti”. Ha dichiarato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. C.A. Salvatore Luongo. 

Meloni, cordoglio del governo ai familiari delle vittime

 “Con profondo dolore apprendo della tragica scomparsa di tre Carabinieri e del ferimento di altri tredici tra militari dell’Arma, Vigili del Fuoco e Polizia, a seguito di un’esplosione avvenuta durante un’operazione di sgombero nel Veronese. Il mio cordoglio e quello del Governo vanno ai familiari delle vittime”. Ha scritto su X la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Il Consiglio dei ministri ha deliberato i funerali di Stato per i tre Carabinieri. Sempre a quanto si apprende, sarà, inoltre, dichiarato il lutto nazionale nelle giornate di oggi e nel giorno delle esequie.

 

 

 

 

 

 

 

 

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