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A Roma arrivano i semafori con il “countdown”

AGI – Il Comune di Roma è al lavoro per aumentare la sicurezza degli utenti della strada, a partire dai pedoni. L’assessore alla mobilità, Eugenio Patanè ha fatto sapere con un post sui social che il comune è pronto a installare 630 semafori intelligenti dotati di un “countdown”, come si vedono in tante città europee. L’operazione riguarderà 1420 attraversamenti pedonali. 

Alla base dell’intervento, la consapevolezza che il numero dei photored in città è troppo basso dunque è la tecnologia che vogliamo maggiormente implementare. Fino a oggi a Roma ne avevamo solo 11. “Siamo convinti che aumentandone il numero metteremo in campo uno strumento di reale disincentivo al passaggio con il rosso, ma anche con gli ultimi secondi del giallo, perché è proprio in quest’ultimo caso che si verificano spesso incidenti gravi. Si tratta dunque di un altro pezzo importante per aumentare la sicurezza sulle nostre strade, al fine di ridurre drasticamente il numero di incidenti. – spiega l’assessore – Il progetto è fondato sulla identificazione di tutti quegli impianti semaforici per i quali, secondo le disposizioni del Ministero e in funzione di determinate caratteristiche geometriche dell’impianto stesso, vige l’obbligatorietà dell’adeguamento. L’avvio delle attività di installazione inizieranno nel secondo semestre 2026, ma approfittando delle ristrutturazioni di alcuni impianti semaforici – già programmate e attualmente in corso- sono già stati installati gli impianti in alcuni incroci e in altri sono in programmazione”. 

Gli impianti installati recentemente:
– Via Anastasio II 117;
– Via Casilina – Via Filarete;
– Piazza Siria – Numanzia;
– Ostiense – Giustiniano Imperatore;
– Lega Lombarda Arduino;
Di prossima installazione:
– Marconi Edison;
– Manzoni Principe Eugenio;
– Lungomare Toscanelli Acilii;
– Lungomare Duilio – Via dei Pescatori;
– Corso d’Italia – Valenziani;
– Piazza Pitagora.

 

 

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Attori e maestranze sul red carpet contro i ‘tagli’ al Fondo per l’audiovisivo

AGI – In tanti gli attori e gli addetti ai lavori del mondo del cinema e dello spettacolo hanno sfilato sul tappeto rosso della Festa del cinema per manifestare contro i tagli previsti in finanziaria che colpirà il settore dell’audiovisivo. In prima fila, tra gli altri, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Riccardo Rossi e Fabrizio Gifuni

L’occasione è stata la seconda edizione del premio Unita il riconoscimento istituito dall’associazione Unita – Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo, che nasce con l’obiettivo di valorizzare e mettere al centro il lavoro degli interpreti italiani, confermando l’impegno dell’associazione nella promozione della dignità professionale dell’attore e nella tutela dei suoi diritti, secondo il principio fondante ‘diverse interpretazioni, uguali diritti’. ‘

Gli attori più noti erano accompagnati da un lavoratore dello spettacolo e tutti hanno chiesto al Governo di essere ascoltati. Con Paola Cortellesi ha sfilato il regista Lorenzo d’Amico de Carvalho dell’Associazione 100autori, che rappresenta registi e sceneggiatori cinematografici e televisivi, autori di documentario, film d’animazione e autori legati al mondo dei new media. ”Noi non siamo il problema – ha detto – vogliamo essere parte della soluzione. Chiediamo di poter lavorare insieme per costruire riforme giuste perché quelle lanciate finora si sono rivelate poco efficaci”. Presente anche una rappresentanza della Writers Guild Italia che rappresenta 450 autori di cinema e tv.

Uno striscione con la scritta “Ci avete tagliato fuori” non è stato fatto entrare sul red carpet.

Una giovane attrice ha letto un comunicato a nome di tutto il comparto per dire no ai tagli al Fondo Cinema e Audiovisivo e chiedere al governo un confronto reale e permanente sulla ridefinizione della legge di sistema.

“Ci hanno chiamato privilegiati, ladri, parassiti, e invece siamo solo lavoratori. Il Cinema è un mestiere, svolto da professionisti che del loro lavoro vivono, che con il loro lavoro mantengono le famiglie”, recita il comunicato “Siamo una comunità di circa 124.000 persone, dagli autori alle maestranze, dai produttori ai tecnici, che rappresentano la base del gigantesco iceberg che tiene a galla tutto il comparto. Da fuori si vedono solo i nomi celebri, che quando si fanno portavoce dei lavoratori meno visibili vengono denigrati per silenziare la realtà del settore”.

Il testo prosegue sottolineando che i fondi destinati al cinema non sono un privilegio, ma un investimento necessario per la vita culturale e democratica del Paese: “Come tanti altri lavoratori viviamo nella precarietà e costruiamo giorno per giorno il nostro salario. Non siamo privilegiati. Siamo i lavoratori del Cinema, un comparto vitale per il tessuto democratico, culturale ma anche economico dell’Italia”.

Gli operatori del settore chiedono da due anni di essere riconosciuti come interlocutori stabili dal ministero della Cultura, in un tavolo di lavoro permanente per definire regole più chiare e una distribuzione equa dei fondi. Finora, dicono, l’unica risposta è stata una previsione di tagli ingenti e privi di una visione di sistema.

“I soldi si possono usare meglio? Certo, e chiediamo verifiche approfondite – si legge ancora nel comunicato – Ma quei fondi sono una necessità, non un regalo, e provengono in buona parte dalle imposte delle stesse aziende del settore. Servono a nutrire la vita culturale del Paese e a garantire la pluralità del cinema italiano, che oggi è vivo, libero, esportato nel mondo”.

Poi, sul red carpet, un applauso. Prima timido, poi sempre più forte, condiviso da artisti, tecnici e pubblico. Nessun gesto o protesta, solo un applauso corale, che ha unito chi il cinema lo fa e chi lo ama. Un momento di comunione  concluso da un messaggio chiaro e definitivo: “Da oggi smettiamo di chiedere. A partire da adesso, noi questo confronto lo pretendiamo”.

Svolta clamorosa sull’omicidio di Piersanti Mattarella, la Dia arresta un ex prefetto

AGI – Depistaggio sull’omicidio di Piersanti Mattarella: è l’accusa per la quale la Direzione investigativa antimafia ha eseguito l’ordinanza del Gip con cui è stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari a Filippo Piritore, ex funzionario di polizia già in servizio presso la Squadra mobile di Palermo ora in quiescenza. È accusato di depistaggio ‘dichiarativo’ nell’ambito delle indagini che la procura della Repubblica conduce con riferimento all’omicidio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella del 6 gennaio 1980.

L’indagato in particolare sentito, nel settembre del 2024, dai magistrati della procura quale persona informata sui fatti, in ordine alla ricostruzione delle vicende concernenti un guanto di pelle marrone di mano destra, ritrovato lo stesso giorno dell’omicidio a bordo della Fiat 127 utilizzata dagli assassini ma mai repertato né sequestrato da parte della Squadra mobile – ha reso dichiarazioni rivelatesi “del tutto prive di riscontro”, spiega la procura, con le quali “ha contribuito a sviare le indagini in corso funzionali (anche) al rinvenimento del detto guanto (mai più ritrovato)”.

Quarantacinque anni dopo, dunque, arriva una svolta clamorosa nelle indagini sull’omicidio del presidente della ‘Regione dalle carte in regola’, avvenuta in via Libertà, nell’Epifania del 1980 da due killer ancora senza nome.

L’indagato disse di avere consegnato il reperto, in maniera che sarebbe stata del tutto irrituale al sostituto procuratore Pietro Grasso, titolare delle indagini: “Il magistrato però – osserva la procura di Palermo – non poteva compiere alcuna investigazione attraverso il possesso materiale del guanto, possesso che anzi avrebbe ritardato inutilmente le indagini”. Da qui un altro elemento di accusa nei confronti di Piritore: “Grasso, sentito a sommarie informazioni a settembre 2024, ha affermato di non avere mai ricevuto nel guanto rinvenuto all’interno della Fiat 127 né alcuna notizia in proposito da parte della polizia giudiziaria”. Segno che il reperto fu fatto sparire già all’epoca, 45 anni fa, poco dopo l’omicidio Mattarella, in maniera deliberata. Il depistaggio è stato poi ribadito nel 2024, quando il prefetto oggi in pensione tornò a ripetere la propria versione. 

Il video della Dia

Le versioni contraddittorie di Piritore

Il funzionario della Squadra mobile Piritore – sentito nel 2020 e poi nel settembre 2024 – avrebbe ribadito una versione più volte modificata e per niente credibile, di avere dato il fondamentale reperto a un agente, tale Di Natale, nell’immediatezza dei fatti, perché lo consegnasse al magistrato titolare delle indagini, Pietro Grasso; poi aveva detto di aver consegnato il guanto a un altro agente, Lauricella della polizia scientifica; infine che ci sarebbe stata un’annotazione in possesso della Squadra mobile, tale da comprovare quanto da lui riferito. Annotazione in realtà inesistente.

Depistaggi istituzionali e l’ombra di Contrada

Il sistema adottato, di fingere di aver dato un reperto così importante a un operatore di polizia che non aveva alcuna competenza in materia e che non faceva parte della Scientifica, “generò una stasi investigativa a causa della quale il guanto venne definitivamente dimenticato”, scrivono gli inquirenti della procura di Palermo nella richiesta di custodia cautelare presentata nei confronti di Filippo Piritore. “Non si rivela una inaudita novità – si legge ancora nell’atto giudiziario – che per tale delitto figure istituzionali abbiano sviato, depistato, inquinato, ritardato le investigazioni sugli autori materiali del delitto, addirittura attraverso la soppressione di una fonte di prova privilegiata, l’unica che avrebbe potuto condurre direttamente all’assassino”.

Questo sarebbe avvenuto “per finalità di copertura la cui intima essenza rimane oggetto degli accertamenti in corso sull’identificazione degli autori dell’omicidio”. Gli inquirenti citano a proposito dei depistaggi, l’allora questore di Palermo Vincenzo Immordino, definito protagonista “di due tentativi di sviamento delle indagini”. Per uno di questi sarebbero stati sentiti con notevole ritardo testimoni fondamentali come lo stesso ministro degli Interni Virginio Rognoni, da cui era andato Mattarella poco prima del delitto.

Il capo centro del servizio segreto Sisde, Giovanni Ferrara, aveva scritto un appunto per il direttore del Sismi, scrivendo che i sospetti si appuntavano su “un giovane killer non siciliano appartenente a un non precisato gruppo terroristico di sinistra“. Immordino avrebbe definito “persona qualificata e attendibile” persino l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, non a caso già allora ritenuto uno dei possibili corresponsabili dell’omicidio.

Poi spicca la figura di Bruno Contrada, dirigente del centro Criminalpol per la Sicilia occidentale e dirigente ad interim della squadra mobile di Palermo dopo l’omicidio di Boris Giuliano (21 luglio 1979). L’ex dirigente e numero tre del Sisde, oggi 94 enne, compì una serie di indagini, sull’omicidio, sentendo personalmente sia la vedova, Irma Chiazzese, che il figlio della vittima, Bernardo Mattarella. Piritore aveva subito detto di aver informato il proprio dirigente, appunto Contrada, del ritrovamento del guanto – poi sparito – trovato nell’auto dei killer.

Circostanze che l’indagato riferisce senza assoluta certezza, a causa, spiega, del lungo tempo trascorso dall’epoca dei fatti. Emerge pero’ che tra il dirigente e il funzionario c’era un rapporto che andava oltre quello di lavoro, visto che Contrada – stando alle annotazioni sulla sua agenda – era invitato al battesimo della figlia di Piritore, nata un mese dopo l’omicidio Mattarella. Contrada e’ stato condannato a 10 anni per concorso in associazione mafiosa. Sentenza poi dichiarata “ineseguibile” prima dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e poi dalla Cassazione, ma questo – secondo i pm di Palermo – non toglie alcuna forza al valore dei fatti accertati, e cioé i rapporti fra Contrada e boss mafiosi, tra cui Toto’ Riina.

Pm, le indagini sviate da pezzi delle istituzioni

“Nella ricerca del materiale utile alle nuove investigazioni di tipo tecnico, si è avuto modo di accertare (ulteriormente) che le indagini dell’epoca furono gravemente inquinate e compromesse dall’opera di appartenenti alle istituzioni che, all’evidente fine di impedire l’identificazione degli autori dell’omicidio del presidente Mattarella, sottrassero dal compendio probatorio un importantissimo reperto, facendone disperdere definitivamente le tracce”. È quanto sostengono, con riferimento alla sparizione del guanto ritrovato nella 127 utilizzata dagli assassini, i pm della procura di Palermo nella richiesta di misura cautelare, accolta dal gip Antonella Consiglio.

. Nella fattispecie secondo i pm “nel corso delle ricerche del guanto si è realizzato il delitto di depistaggio posto in essere da Filippo Piritore, in occasione delle dichiarazioni rese il 17 settembre 2024 quando, al precipuo fine di ostacolare e sviare le attuali indagini in corso sul delitto Mattarella, l’ex appartenente alla Squadra mobile di Palermo ha affermato circostanze certamente e incontrovertibilmente false”.

 

 

 

Si pente l’uomo che ha ucciso Luciana Ronchi: “Datemi l’ergastolo”

AGI – “Voglio l’ergastolo, datemi l’ergastolo, sono pentito”. E’ quanto ha affermato Luigi Morcaldi, arrestato per avere ucciso l’ex compagna Luciana Ronchi a Bruzzano, durante l’interrogatorio di garanzia nel carcere di San Vittore davanti alla gip Lorenza Pasquinelli. Le sue parole sono state riferite dall’avvocata Patrizia Iacobino che lo assiste. 

 

 

La difesa di Morcaldi valuta la “perizia psichiatrica”

L’avvocata Iacobino sta “valutando se chiedere una perizia psichiatrica” sull’uomo che ha ucciso l’ex moglie a Bruzzano, nel Milanese. “Ha fatto una cosa ignobile. Lui si è veramente pentito, non si è reso conto di quello che ha fatto. Era un uomo solo che soffriva nel non vedere il figlio. Un emarginato, un invisibile”.

La gip Pasquinelli deciderà nelle prossime ore sulla convalida del fermo chiesta dal pm Leonardo Lesti per “la gravità delle pene per cui è esposto per l’omicidio della coniuge commesso con atti brutali, la fuga a cui si è dato immediatamente, la circostanza che non abbia una dimora stabile”.

L’avvocata Iacobino ha smentito che Morcaldi fosse appostato sotto casa della ex moglie da un mese: “Non è assolutamente vero, a riferirlo sono persone che dicono cose per mettersi in evidenza”

Filmano lo stupro su una 12enne e lo pubblicano sui social, arrestati tre giovanissimi

AGI – Tre persone, un 18enne e due minorenni, sono stati arrestati dai carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Sulmona (L’Aquila) per le violenze su una ragazzina di 12 annifilmate e poi pubblicate anche su gruppi WhatsApp. Gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di violenza sessuale di gruppo aggravataviolenza sessuale aggravataatti sessuali con minori di 14 anniproduzione di materiale pedopornograficodetenzione di materiale pedopornografico e atti persecutori.

Gli arrestati sono stati rintracciati nelle loro case e condotti nel carcere di Sulmona e nel minorile di Casal del Marmo, a Roma. Le misure sono state disposte dai giudici per le indagini preliminari del Tribunale dell’Aquila e del Tribunale per i minorenni del capoluogo sulla base dei gravi indizi di colpevolezza raccolti dai carabinieri.

L’indagine ha avuto avvio sul finire del mese di agosto, quando la vittima ha trovato il coraggio di rivolgersi al numero “114-emergenza infanzia” e raccontare di essere stata costretta a subire abusi sessuali, anche di gruppo, sotto reiterate minacce di morte e di divulgare, tramite social network, un video dal contenuto sessualmente esplicito che la ritraeva, realizzato a sua insaputa da uno degli indagati. Inizialmente a finire nel registro degli indagati furono un 18enne ed un 14enne, ai quali poi si è aggiunto anche un 17enne ritenuto l’autore materiale di uno dei video pubblicati anche su un gruppo WhatsApp.

Il coraggio di un padre

Per le indagini sui presunti stupratori della 12enne arrestati oggi è risultata fondamentale la testimonianza di un 50enne di Sulmona (L’Aquila) che aveva scoperto i video incriminati nel cellulare della figlia, della stessa età della giovane vittima. “Ho scoperto che mia figlia ha ricevuto quel video con dei contenuti sessualmente espliciti che ha distrutto la vita di una ragazzina di appena dodici anni, come lei – aveva dichiarato dopo essersi recato dai carabinieri – e sono rimasto scioccato. Ho capito dunque che chattava con quegli orchi, i ragazzi accusati di aver violentato e filmato una bambina ed è stato impossibile fare finta di niente. Come potevo girarmi dall’altra parte? Ho quindi deciso di andare dai carabinieri. È stata una scelta dolorosa ma indispensabile per tutelare tutti“.

Assalto al bus dei tifosi del Pistoia Basket, la consapevolezza dei tre ultrà del Rieti: “…

AGI – Il gip di Rieti, Giorgio Bova, ha convalidato i fermi dei tre ultrà accusati dell’agguato al pullman dei tifosi del Pistoia basket, costato la vita a uno degli autisti.

Il giudice, su richiesta del procuratore Paolo Auriemma, ha disposto per i tre la misura cautelare in carcere per omicidio volontario.

Il tifoso tradito dall’intercettazione

Sarebbe stato Kevin Pellecchia20enne tifoso della Real Sebastiani Rieti Basket, a lanciare il sasso che domenica scorsa ha colpito a morte il 65enne Raffaele Marianellaautista in seconda del pullman dei tifosi del Pistoia Basket.

A indicarlo un’intercettazione ambientale registrata subito dopo il fermo del giovane dalle telecamere della Questura di Rieti.

L’indiscrezione secondo cui il 20enne avrebbe fatto riferimento al sasso “più appuntito”, non coinciderebbe però con quanto messo a verbale dallo stesso tifoso che aveva negato di aver lanciato sassi contro il pullman dei tifosi toscani.

Pellecchia nel pomeriggio è stato portato in tribunale insieme ad altri due ultras del club reatino, il 31enne Manuel Fortuna e il 53enne Alessandro Barberini, per l’udienza di convalida del fermo.

Il gip, gli accusati “erano consapevoli”

I tre tifosi reatini indagati per la morte di Marianella non solo erano consapevoli di quanto accaduto nella tragica serata di domenica, ma avevano contezza anche di ciò, che potenzialmente, sarebbe potuto accadere nel caso in cui il vetro avesse ceduto dall’altra parte, quella del guidatore. Una strage.

E’ quanto si legge nell’ordinanza del gip reatino, che in un passaggio, riportando le intercettazioni ambientali disposte presso la sala d’attesa della Questura di Rieti, evidenzia come ai tre ultrà fossero ben chiare “le potenzialità ancor più lesive che le loro azioni avrebbero potuto avere”. Lo dice a chiare lettere uno dei tre arrestati: “Se prendiamo l’autista è una strage”.

Nell’intercettazione si fa menzione anche alla velocità del pullman, ed è sempre lo stesso indagato a dire: “Un pullman che cammina così veloce, pure se gli tiri un sasso piccolo… l’impatto è grosso”. Ovviamente la velocità dell’autobus, cosi’ come gli altri relativi elementi rilevati sul luogo dell’incidente, sono tutt’ora al vaglio degli investigatori, che stabiliranno con esattezza quali fattori possano essere stati determinanti e quali no. 

Spedizione punitiva

Quella contro il pullman dei tifosi del Pistoia Basket è stata un’autentica spedizione punitiva, coordinata nell’ideazione, nell’organizzazione e nella fase esecutiva dai vertici di un gruppo organizzato di ultrà della Real Sebastiani Rieti chiamato “Bulldog”, a capo del quale c’erano due dei tifosi per i quali è stato convalidato il fermo presso il carcere di Rieti, in accoglimento delle richieste del procuratore Paolo Auriemma.

Il quadro che viene fuori nelle 9 pagine dell’ordinanza del gip parla, per l’appunto, di un agguato in piena regola. Partito durante la partita, dagli spalti del PalaSojourner. E’ li’ che al termine dell’incontro “una quindicina di facinorosi appartenenti al gruppo ultras denominato ‘Bulldog’, capeggiati in particolare da due degli indagati, Manuel Fortuna e Alessandro Barberini detto ‘Aba’ si posizionavano presso l’ingresso ospiti animati da intenti belligeranti verso i tifosi toscani – si legge nel dispositivo del giudice -, non riuscendo tuttavia a far nulla a causa del tempestivo intervento del personale della Digos, che li invitava ad allontanarsi nel piu’ breve tempo possibile. Ancora assetati di scontro, i leader del gruppo convincevano gli altri ultras a non desistere, e organizzavano una vera e propria spedizione punitiva ai danni dei tifosi pistoiesi, pianificando in particolare di aspettare il pullman sui quali gli stessi viaggiavano, sulla superstrada SS79 all’altezza dell’uscita per Contigliano”.

Anche tra le testimonianze raccolte dagli inquirenti, quelle degli altri tifosi ascoltati in questura che al momento non risultano tra gli indagati, si evince come a raggiungere lo svincolo del Comune di Contigliano siano state piu’ macchine, con a bordo più persone. Nel mentre, pero’, diversi supporters avrebbero desistito, facendo addirittura marcia indietro. Altri, invece, sono rimasti in auto, a guardare i tre che, invece, erano saliti fino al ciglio della strada, già armati dei grossi sassi che, da li’ a qualche minuto, avrebbero scagliato contro il pullman dei tifosi toscani, colpendo a morte Raffaele Marianella

In Valle d’Aosta la Bataille des Reines, la folkloristica battaglia delle mucche

AGI – Tra i suoni dei campanacci, applausi e un filo di suspance, la Valle d’Aosta è pronta a incoronare le sue ‘regine‘. Parliamo della ‘battaglia’ delle Reines che sabato e domenica, giorno della finale, vedrà sfidarsi in duello le bovine più prestigiose delle regione. Alle vincitrici di ogni categoria, sarà fatto indossare il tradizionale bosquet, un ramo di abete decorato e posto sul capo con tanto di giro trionfale dell’arena Croix-Noire di Saint-Christophe che sarà il teatro della popolare e folkloristica manifestazione conosciuta in tutto l’arco alpino, e non solo.

In Valle d’Aosta sono riconosciute due razze di bovine, la pezzata rossa e la pezzata nera castana. Entrambe eccellenti produttrici di carne e latte. Si differenziano per indole: la prima è docile e pacifica mentre la seconda vivace, irrequieta e combattiva. Per questa ragione sono proprio le pezzate nere castane a contendersi il titolo di Reine des Reines, partecipando a una serie di incontri a eliminazione diretta che pur chiamandosi “battaglie” sono regolati e garantiti dal rispetto reciproco. L’animale combatte istintivamente contro un suo simile ad armi pari non per batterlo ma per ottenerne la sottomissione.

L’origine della tradizione

L’origine della Bataille risale a quando le mandrie al pascolo decretavano una gerarchia interna per individuare la leader del gruppo. Con il tempo, l’uomo ha trasformato questo comportamento naturale in una tradizione organizzata senza snaturarne lo spirito. I primi combattimenti ufficiali risalgono al 1924 e da allora la Valle celebra ogni anno le sue regine.Quest’anno la dermatite nodulare contagiosa che ha colpito le bovine ha messo a rischio l’evento.

Il protocollo previsto a livello regionale per contenere la diffusione del virus ha tranquillizzato gli organizzatori e il Presidente dell’Association regionale des Amis des batailles des Reines Roberto Bonin ha spiegato che “grazie alla passione e alla collaborazione siamo riusciti a tutelare il programma, bilanciando la tradizione con importanti novità: il Combat des communaute’s de montagnes e il Combat premier veau. La risposta e’ stata positiva, a dimostrazione che tradizione e innovazione possono convivere”.

Il programma: 

Sabato 25 ottobre

Sono previste quattro competizioni:

  • le ultime qualificazioni per la finale della tradizionale Bataille des Reines di domenica;
  • il sesto Combat du deuxie’me veau, riservato alle bovine che hanno partorito due volte, con 18 bovine in gara;
  • il primo Combat du premier veau, novità per le bovine più giovani che hanno partorito una volta e che vedrà sfidarsi 32 esemplari;
  • il Combat des Communaute’s de Montagne, con la partecipazione delle Unite’s Valdigne, Grand Paradis, Mont Emilius, Mont Cervin ed Evancon. Un segno concreto di coesione territoriale in un anno in cui i combattimenti interregionali con Piemonte e Lombardia e quelli internazionali con Francia e Svizzera non sono stati possibili a causa del virus.

Domenica 26 ottobre

Sarà il giorno delle Regine: 159 bovine provenienti da tutta la regione si contenderanno il titolo di “Reina des Reines”, la regina delle regine, come da oltre un secolo davanti a migliaia di spettatori. Le bovine sono suddivise in tre categorie in base al peso e devono essere tutte gravide entro l’estate ed entro sera verranno svelati i nomi delle 3 Reine del 2025. L’assessore all’Agricoltura, Marco Carrel, ha sottolineato il valore umano e sociale dell’evento.

“Le batailles non sono solo un concorso, ma un’occasione per rinsaldare il legame tra allevatori e territorio. È bello vedere tanti giovani che si avvicinano a questa tradizione: è il segno che l’allevamento ha futuro e che la passione per la montagna continua a crescere”. Un sentimento condiviso anche dal presidente della regione Renzo Testolin: “La Bataille des Reines è uno specchio della nostra identità. Dietro ogni allevatore c’è dedizione, fatica e orgoglio. È una manifestazione che unisce il mondo agricolo e quello urbano, un patrimonio da proteggere e trasmettere alle nuove generazioni”.

 

 

Ucciso da un uomo incappucciato, killer in fuga nel Torinese

AGI – Si chiama Marco Veronese, 39 anni, l’uomo ucciso stanotte in strada, con almeno da dieci coltellate, a Collegno, alle porte di Torino, da un uomo incappucciato che dopo il delitto si è dato alla fuga.
Veronese, piccolo imprenditore in una ditta specializzata in video sorveglianza, durante l’aggressione avvenuta intorno all’1.30, ha più volte urlato chiedendo aiuto. A ritrovare il corpo esanime è stato un passante, che ha subito chiamato i carabinieri. Veronese, separato dalla moglie, lascia tre figli. In queste ore i carabinieri stanno analizzando le immagini acquisite da alcune videocamere presenti in zona. 

Cade l’acqua dal balcone, coltellate alla vicina

AGI – Una aggressione pianificata, utilizzando uno stratagemma per far sì che la vittima uscisse di casa. Un tentato femminicidio nel Napoletano che questa volta aveva come protagonista un vicino di casa e un movente di queli che vengono definiti futili. L’intervento dei carabinieri ha permesso di arrestare in poco tempo l’uomo, che ha 40 anni e che occupa l’appartamento immediatamente al di sotto di quello della vittima.

Il fatto è accaduto a Terzigno. La donna, che ha ricevuto un fendente con coltello da cucina spinto nello sterno, penetrato però senza incontrare organi vitali, ha 32 anni. La palazzina dove vivono i due è animata quotidianamente dalle solite banali discussioni, dagli indumenti stesi ad asciugare male, alla musica ad alto volume, l’auto parcheggiata nel posto sbagliato.

E anche la goccia che scorre dal pavimento del terrazzino della donna mentre questa pulisce. Il 40enne è al piano inferiore, e urla come ha fatto in passato, insulta, minaccia, poi prende dal cassetto delle posate un grosso coltello, va al piano terra dove ci sono i contatori e chiude la valvola della fornitura idrica della vicina e si nasconde. La donna, impegnata nelle pulizie, arriva e va alla manopola e la rimette in posizione, e qui viene accoltellata.

Lui fugge e si richiude in casa, la donna grida e viene soccorsa dai vicini. I carabinieri della stazione di Terzigno arriveranno pochi minuti dopo, allertati dal 112. La vittima prima di andare in ospedale indica chi ha tentato di ucciderla. I militari dell’Arma sono davanti alla sua porta, e dopo una breve mediazione riescono ad entrare e ammanettarlo. Con lui ancora il coltello insanguinato. Ora è in carcere, risponderà di tentato omicidio. La donna è in ospedale ma non in pericolo di vita.

E’ morta la donna accoltellata a Milano, arrestato l’ex marito

AGI – Luciana Ronchi, la donna aggredita stamane a Milano, è morta all’ospedale Niguarda. Non è servito il lungo intervento a cui è stata sottoposta dopo essere stata rianimata da un arresto cardiaco. L’accusa per l’ex marito Luigi Morcaldi, fermato in serata dalla Polizia Locale, passa quindi da tentato omicidio a omicidio. 

La donna, 62 anni, era nel quartiere Bruzzano di Milano quando l’ex marito le ha teso un agguato sotto casa e l’ha accoltellata più volte al volto e alla spalla. Poi è fuggito a bordo di uno scooter ed è stato arrestato dalla Polizia Locale dopo una caccia durata alcune ore. L’aggressione è avvenuta in via Giuseppina Grassini, in particolare, dalle tracce di sangue sulla strada e le testimonianze.

Morcaldi è stato rintracciato attraverso il segnale del suo telefono. A quanto si apprende da fonti giudiziarie, gli investigatori hanno trovato la sua auto e poi hanno ‘agganciato’ il suo telefono che ha riacceso dopo averlo tenuto spento per qualche ora. Il coltello col quale avrebbe cercato di ammazzare l’ex moglie è stato trovato in un cestino della spazzatura nel parco poco distante da via Grassini. Il pm Giovanni Tarzia si è recato sul posto per interrogarlo in un ufficio della Polizia Locale. Quando gli agenti della Polizia Locale lo hanno fermato l’uomo avrebbe fatto dichiarazioni confuse mostrandosi sorpreso.

Boom del turismo estetico, i consigli dei chirurghi e gli errori da evitare

AGI – Un ‘nuovo’ naso oppure i fianchi ‘rimodellati’. Insieme a una mini-vacanza all’estero che include, oltre all’intervento di chirurgia estetica anche il ristorante, l’albergo e il volo aereo.

Un pacchetto, spesso pubblicizzato sui social, molto appetibile grazie ai ‘prezzi da discount’ dimezzati rispetto al mercato in Italia. Aumenta in Italia il fenomeno del cosiddetto ‘turismo estetico’.

Le mete più gettonate sono la Turchia, l’Albania o la Croazia. Allo stesso tempo crescono i rischi per la salute dei pazienti spesso vittime di medici poco qualificati e di strutture inadeguate.

“Scegliere un medico specializzato e attenzione alle pubblicità ingannevoli o ai prezzi troppo bassi”, le raccomandazioni della Società Italiana di chirurgia plastica ricostruttiva, rigenerativa ed estetica (Sicpre), interpellata dall’AGI dopo il caso di Milena Mancini, 56 anni, imprenditrice di Frosinone morta lunedì scorso dopo tre settimane di ricovero nel reparto di terapia intensiva nell’ospedale universitario di Istanbul per le complicanze legate ad un intervento di liposuzione addominale.

“Cresce il turismo sanitario, più rischi per la salute”

L’associazione a cui sono iscritti gran parte dei chirurghi plastici nel nostro Paese ha creato un registro delle complicanze degli interventi di chirurgia estetica eseguiti fuori dall’Italia.

“Siamo ancora in fase di raccolta dati ma sicuramente sono in aumento. Del resto, è un fatto matematico: cresce il turismo sanitario all’estero e di conseguenza aumentano le complicanze”, spiega Giuseppe Giudice (a capo del progetto Sicpre), professore ordinario di Chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica dell’Università di Bari e direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia plastica e Centro grandi ustionati del Policlinico di Bari.

Il registro delle complicanze 

Il registro viene alimentato con le segnalazioni dei soci Sicpre al lavoro nei pronto soccorso e nei reparti ospedalieri di chirurgia plastica, da Aosta a Catania, da Trieste a Cagliari. “Tra le mete più gettonate ci sono sicuramente la Turchia e l’Albania, mentre le complicanze più frequenti sono la necrosi e le infezioni, anche se non mancano le evenienze più gravi, come la sepsi, che può essere mortale”, rileva il medico.

“Risparmiare può costare carissimo” 

Seguire il criterio del risparmio – e quindi andare all’estero ma non solo, capita anche di scegliere cliniche a basso costo in Italia – per sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica comporta maggiori rischi per la salute. Lo spiega all’AGI Maurizio Ressa, presidente della Sicpre e direttore della struttura complessa di Chirurgia plastica Irccs “Giovanni Paolo II” Istituto tumori di Bari. 

Inoltre “la cura dei pazienti che tornano dall’estero con delle complicanze è a carico del Servizio sanitario nazionale e quindi dell’intera collettività”, aggiunge. 

I pericoli sono legati a più fattori. “Spesso la visita viene fatta parlando in inglese e molti pazienti non conoscono bene la lingua. Non si è sicuri se chi opera sia un medico specializzato. Poi ci sono le problematiche legate agli aspetti assicurativi che in altri Paesi sono più complicati. Risparmiare può costare carissimo: per abbassare i costi si reclutano medici giovani e inesperti che costano meno”, sottolinea.

Il registro delle protesi

Altro capitolo riguarda la qualità delle protesi (ad esempio il silicone utilizzato per gli interventi al seno). “In Italia abbiamo istituito il registro delle protesi. Ogni volta che una paziente si sottopone a una mastoplastica additiva, la protesi mammaria viene registrata dal Ministero della Salute. In questo modo, negli anni, la possiamo ‘tracciare’ e prevenire eventuali problemi. Questo non può accadere se l’intervento avviene all’estero.

“La liposuzione non è un ritocchino”

Occorre, spiega l’esperto, ribaltare la narrazione, spesso diffusa, di interventi ‘facili’ per quanto riguarda la chirurgia estetica. Un racconto che porta a non percepire i rischi collegati. La liposuzione non è un ‘mini intervento’. Né si tratta di un ‘ritocchino’. Da un piccolo foro si va ad aspirare del tessuto adiposo, quindi occorre una manualità molto esperta. Si tratta di un intervento quasi alla cieca nel senso che devi sapere a che profondità puoi agire. Non è assolutamente un intervento banale”, le parole di Ressa.

Le insidie nei social 

Altro pericolo sono le réclame sui social. “Ormai i social sono diventati veri e propri canali privati ognuno può dire quello che vuole. Chirurghi ‘bravi comunicatori’ pubblicizzano pacchetti dal costo basso. Ed il gioco è fatto”, dice il medico.

Una legge per aumentare la sicurezza 

Per aumentare la sicurezza è allo studio una nuova legge. “Insieme all’altra società italiana di chirurgia estetica, l’Aicpe, stiamo elaborando una legge, insieme al Ministero della Salute, in modo che questi interventi possano essere eseguiti solo da specialisti”. Restringere la platea di chi opera a specialisti altamente qualificati, è in sintesi, l’obiettivo della norma. Anche perché “siamo rimasti a leggi del Dopoguerra quando non esistevano i medici specialisti. Tranne l’anestesista, il medico nucleare e il radiologo con la laurea in medicina e chirurgia si può fare tutto. E questo è sbagliato”.

I consigli per i pazienti 

Allo stesso tempo è il paziente a dover ponderare con estrema prudenza come muoversi. “Innanzitutto occorre partire dal colloquio con il proprio medico curante. Poi è necessario scegliere un medico specialista, ad esempio, consultando il sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO). Si deve diffidare dai professionisti che operano il giorno dopo la prima visita. Prima dell’intervento è opportuno dare anche due o tre visite”, spiega ancora l’esperto. 

Per contribuire alla cultura della consapevolezza la Sicpre ha lanciato “Plasticamente”, ovvero, video podcast con “informazioni complete e non commerciali” sui principali temi della chirurgia plastica.

 

 

Milano: donna accoltellata al volto e alla gola, i rilievi della scientifica

AGI – I rilievi della scientifica dopo che una donna italiana di 62 anni è stata aggredita da un uomo al quartiere Bruzzano di Milano. La donna, ferita con più coltellate, anche al volto, è stata trasportata in codice rosso in ospedale in condizioni gravissime. Dalle prime informazioni sarebbe stato l’ex marito a colpirla. L’uomo è scappato e sono in corso le ricerche.

Accoltellata al volto in strada, è gravissima in ospedale

AGI – Una donna italiana di 62 anni, Luciana Ronchi, è stata aggredita dall’ex marito nel quartiere Bruzzano di Milano. L’uomo, Luigi Morcalli, 64 anni, le ha teso un agguato sotto casa e l’ha accoltellata più volte al volto e alla spalla. Poi è fuggito a bordo di uno scooter ed è stato arrestato dalla Polizia Locale dopo una caccia durata alcune ore. L’aggressione è avvenuta in via Giuseppina Grassini, in particolare, dalle tracce di sangue sulla strada e le testimonianze.

Morcalli tradito dal segnale telefonico

Morcalli è stato rintracciato attraverso il segnale del suo telefono. A quanto si apprende da fonti giudiziarie, gli investigatori hanno trovato la sua auto e poi hanno ‘agganciato’ il suo telefono che ha riacceso dopo averlo tenuto spento per qualche ora. Il coltello col quale avrebbe cercato di ammazzare l’ex moglie è stato trovato in un cestino della spazzatura nel parco poco distante da via Grassini. Il pm Giovanni Tarzia si è recato sul posto per interrogarlo in un ufficio della Polizia Locale. Quando gli agenti della Polizia Locale lo hanno fermato l’uomo avrebbe fatto dichiarazioni confuse mostrandosi sorpreso.

Assalto al bus dei tifosi del Pistoia basket: 9 Daspo agli ultrà reatini

AGI – Sono stati emessi 9 Daspo nei confronti di ultrà reatini per l’assalto al bus di tifosi che ha causato la morte dell’autista. Il provvedimento è stato emesso dal questore di Rieti, Pasquale Fiocco.

In seguito ai “fatti delittuosi avvenuti dopo l’incontro di Basket tra le squadre della Real Sebastiani Rieti e della Pistoia Basket 2000 durante i quali ha perso drammaticamente la vita l’autista del pullman che trasportava la tifoseria ospite – si legge in una nota – il questore di Rieti, Pasquale Fiocco, valutati gli elementi raccolti dal personale della polizia di Stato impegnato nei relativi servizi di ordine e sicurezza pubblica, ha emesso, nei confronti di alcuni tifosi Ultras della compagine reatina, il provvedimento di Divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono le manifestazioni sportive (Daspo)”.

 

“Complessivamente, sono stati 9 i supporters reatini raggiunti dal provvedimento che, una volta notificato, impedirà loro di accedere nei luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive”.

La durata del Daspo sarà di 5 anni per 8 tifosi, mentre uno di loro, già sottoposto ad analogo divieto, oltre a rispondere della violazione delle relative prescrizioni, non potrà assistere a manifestazioni sportive per 8 anni. Ai tre fermati nell’ambito delle indagini successive all’omicidio dell’autista del pullman, invece, verrà notificato in carcere l’avvio del relativo procedimento amministrativo finalizzato all’emissione del Daspo. 

Comune di Pistoia sarà parte civile in processo

Il comune di Pistoia si costituirà parte civile nel procedimento sull’agguato al pullman dei tifosi del Pistoia Basket nel quale domenica sera ha perso la vita l’autista Raffaele Marianella, colpito da una pietra scagliata dagli ultras del Rieti. Ad annunciarlo il sindaco di Pistoia, Alessandro Tomasi. Analoga intenzione è stata manifestata anche dal sindaco del comune di Rieti. 

Figlio autista, non auguro a nessuno una morte così

 “Una morte cosi’ non la augurerei neppure al mio peggior nemico”: lo ha dichiarato a La Nazione Andrea Marianella, il figlio primogenito dell’autista Raffaele Marianella morto nell’agguato al pullman dei tifosi del Pistoia basket.
Andrea, come il fratello minore Riccardo e la sorella Federica, si è chiuso nella sofferenza per questa tragedia.

“Cosa potremmo dire di fronte a una cosa cosi’? Non c’è nulla da dire”, ha affermato.
Raffaele Marianella si era separato dalla moglie e aveva lasciato Roma per trasferirsi a Firenze dove viveva con la nuova compagna di origine giapponese. Proprio insieme a lei, rimasta in silenzio in questi giorni, Raffaele aveva programmato a breve un viaggio nel Sol Levante.

 

 

 

Ribaltata l’assoluzione choc del primo grado: stupratore condannato a tre anni

AGI – I giudici della Corte d’Appello di Ancona hanno condannato a 3 anni di reclusione un 31enne ritenuto colpevole di aver violentato una 17enne straniera nel Maceratese.

La sentenza di oggi, sia pure nell’accezione di minore gravità, ribalta l’assoluzione ottenuta dall’uomo in primo grado. “Aveva già avuto rapporti, dunque era in condizione di immaginarsi i possibili sviluppi della situazione”, avevano scritto i giudici del Tribunale di Macerata, assolvendo nel novembre 2022 l’imputato. Nella richiesta di condanna, invece, la sostituta pg, Cristina Polenzani, ha ribadito che le accuse della ragazza erano state “precise e puntuali” e che con quel giovane non era disposta ad andare oltre semplici effusioni. “Il consenso ci deve essere dall’inizio alla fine di un rapporto per non incorrere nella violenza e lei disse subito no, un no che quel giovane volontariamente non percepì”, ha sottolineato il sostituto procuratore generale. Motivazioni che hanno convinto a pieno i giudici del secondo grado. Per la difesa dell’imputato, gli avvocati Mauro Riccioni e Bruno Mandrelli, si è trattato di un processo indiziario e nel racconto della ragazza sarebbero emerse diverse contraddizioni che non lo rendono credibile; inoltre, non sarebbero state riscontrate tracce di lesioni sul corpo della presunta vittima prima che sporgesse denuncia.

 “La corte d’appello di Ancona ci ha riavvicinato al 2025 dopo che eravamo sprofondati nel Medioevo con la sentenza incomprensibile e incommentabile del tribunale di Macerata, che aveva cancellato decenni di conquiste per i diritti delle donne”. Così l’avvocato Fabio Maria Galliani, commentando la sentenza di secondo grado.

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