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Spara al rapinatore che gli entra in casa: la procura di Rovigo spiega perchè è un caso di…
AGI – La Procura della Repubblica di Rovigo ha fatto sapere che relativamente alla rapina in villa avvenuta a Rovigo dove “la persona offesa ha sparato, mirando a parti non vitali e ferendo l’aggressore, con un’arma regolarmente denunciata” si è trattato di una “condotta tenuta per difendersi dal soggetto travisato da passamontagna che si trovava all’interno della sua abitazione al buio e che stava cercando di colpirlo con un cacciavite nonostante fosse scattato l’allarme e la persona offesa avesse già avvisato ad alta voce che era armata nonchè avesse invitato ad andarsene chi si trovava dentro la sua abitazione”.
“Tale condotta della persona offesa” si legge in una nota firmata dalla procuratrice Manuela Fasolato “rientra nel perimetro della legittima difesa” e quindi la procura “non procede allo stato nei confronti della persona offesa per ipotesi di eccesso colposo di legittima difesa“.
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e gli accertamenti sono stati delegati dalla Procura di Rovigo alla Questura di Rovigo.
Il commento di Giorgia Meloni
In mattinata, commentando un articolo del Corriere del Veneto dal titolo “Rovigo, spara al ladro nella villa ma non è indagato grazie alle nuove norme sulla legittima difesa“, anche la premier Giorgia Meloni aveva detto la sua su X: “La difesa è sempre legittima“.
“La Torre dei Conti un paziente fragile. Serve un piano di sicurezza su scala nazionale”
AGI – “Un paziente dallo scheletro potenzialmente molto fragile come migliaia di monumenti storici in Italia. Serve una diagnosi mirata sui singoli, una cartella clinica per ogni struttura. E mai come ora, è tempo di schierare un esercito composto dai migliori ingegneri, geologi, architetti e costruttori del nostro Paese per guidare un piano nazionale di valutazione e miglioramento della sicurezza di case, scuole, ospedali, chiese ed edifici storici”. Stefano Pampanin, docente ordinario di Tecnica delle costruzioni alla Sapienza, non si può sbilanciare sulle cause che hanno portato al collasso della Torre dei Conti, ai Fori Imperiali ma non esclude una “correlazione” con il terremoto di magnitudo 3.3 registrato sulla costa laziale, sabato scorso alle ore 22.47.
Vittima del crollo l’operaio rumeno Octay Stroici, 66 anni, estratto dopo 11 ore dalle macerie e morto al pronto soccorso del Policlinico Umberto Primo.
Il sisma sulla costa laziale
“Questi edifici storici – spiega Pampanin all’AGI – sono particolarmente delicati. Sassi, mattoni e malta di scarsa qualità sono le componenti di base di una struttura muraria già compromessa dal tempo e da terremoti precedenti. Non abbiamo ancora in mano i dati tecnici sulle cause del collasso parziale“.
“Tuttavia non si può escludere che il sisma di sabato 1 novembre abbia provocato uno scuotimento al terreno anche ai Fori Imperiali con caratteristiche in frequenza e ampiezza non trascurabili per la Torre. Comportando sforzi, deformazioni e quindi livelli di danno aggiuntivi nella torre e superiori ai livelli di resistenza locali in uno o più punti, con la conseguente perdita di equilibrio ed effetto catastrofico osservato con la ripresa dei lavori di ristrutturazione nella giornata di lunedì”.
Uno scheletro vulnerabile e già deteriorato
Un pre-danno, ipotizza sempre l’esperto, che potrebbe aver caricato di ulteriore pressione uno ‘scheletro’ vulnerabile e già deteriorato. Fino al parziale collasso. Come durante una delicata operazione chirurgica su un paziente particolarmente delicato e fragile, questo il ragionamento del professore, è molto difficile prevedere con esattezza i rischi legati alle operazioni di rinforzo e miglioramento della sicurezza di questi pazienti-edifici.
Agire sul ‘corpo-edificio’ insomma è un’operazione complicata legata ad una molteplicità di fattori. Le complicanze si possono mitigare ma non annullare.
Il caso della Torre civica di Pavia
Il pensiero del docente, nato e formato a Pavia prima di trasferirsi in Nuova Zelanda per sedici anni a partire dal 2002, va al 17 marzo 1989. Quella mattina la Torre Civica di Pavia si piegò su se stessa improvvisamente. Il crollo uccise quattro persone.
“Le cause non sono ancora state determinate con esattezza. Si è introdotto il concetto di ‘fatica’ delle strutture murarie”, osserva. “Purtroppo nonostante i protocolli di intervento siano tra i più avanzati al mondo, il rischio non si può eliminare ma solo ridurre”.
“Serve un esercito di tenici in campo”
E in questo scenario, il docente sollecita un’azione coordinata tra le migliori menti e portatori di interesse (stakeholders) del Paese sul piano della sicurezza. Sulla scia del modello neozelandese – Pampanin era nel team di scienziati in campo e Presidente eletto della Associazione Nazionale di Ingegneria Sismica neozelandese – che risollevò il Paese dopo la sequenza di terremoti a Christchurch (185 morti) nel 2010-2011.
“Schieriamo ingegneri, architetti, geologi, costruttori per una campagna su tutto il territorio. Un’armata di tecnici per far partire un piano nazionale di valutazione della sicurezza del costruito e riduzione del rischio. In modo da avere una lista di priorità di interventi basata sul rischio di crollo, a salvaguardia sia della vita umana sia del patrimonio costruito esistente”, sollecita.
Restauro e sicurezza: un equilibrio delicato
“Come principio generale negli interventi di rinforzo e restauro il valore estetico del monumento non deve penalizzare la salvaguardia della vita umana“, osserva ancora il professore.
La Torre di Pisa e la Torre del Maino a Pavia
Ad esempio sulla Torre di Pisa (oggetto nel 1997 della tesi di laurea di Pampanin) “le commissioni predisposte per la sua salvaguardia nei secoli hanno agito per portarla ai posteri del secolo successivo non per raddrizzarla”, spiega ancora il docente.
Un altro esempio è la Torre del Maino a Pavia “dove sono stati applicati dei tutori, ovvero delle piastre di acciaio negli angoli con barre passanti ben visibili e reversibili per metterla in sicurezza”.
Crollo della Torre dei Conti, è morto l’operaio estratto dalle macerie. Meloni: “Dolore e cordoglio”
AGI – Dieci ore di paura e speranza tra le pietre millenarie della Torre dei Conti, nel cuore dei Fori Imperiali, a Roma. Poi, la bruttissima notizia: Octav Stroici, operaio di 66 anni (nato a Suceava nel nord della Romania), rimasto intrappolato sotto le macerie dopo il crollo parziale del monumento di Largo Corrado Ricci, è morto poche ore dopo essere stato estratto vivo dai soccorritori. L’uomo, recuperato al termine di una complessa e delicata operazione dei Vigili del Fuoco e del 118, era stato trasportato in gravissime condizioni al Policlinico Umberto I, dove è deceduto nonostante i tentativi dei medici di rianimarlo.
Nel crollo, avvenuto alle 11:15 di lunedì 3 novembre nel cantiere di restauro finanziato dal PNRR “Caput Mundi”, erano rimasti coinvolti altri quattro operai, poi dimessi o medicati sul posto. Le autorità – dal sindaco Gualtieri al ministro Giuli, fino al prefetto Giannini – hanno seguito per tutto il giorno le operazioni di soccorso, rese difficili dal rischio di nuovi cedimenti della Torre.
Le indagini della procura di Roma
La procura di Roma aveva aperto un’inchiesta per disastro colposo. Ora procede anche per omicidio colposo. L’area, intanto, è stata posta sotto sequestro dai carabinieri. Sarà disposta l’autopsia sul corpo della vittima. Il pool di magistrati al lavoro (i procuratori aggiunti Antonino Di Maio e Giovanni Conzo e i pm Mario Dovinola e Fabio Santoni) intende acquisire gli atti relativi alla gara per verificare i requisiti dell’azienda appaltatrice dei lavori in corso alla Torre dei Conti.
In particolare per valutare se l’intervento fosse adeguato al tipo di edificio, i magistrati hanno disposto una consulenza tecnica affidando l’incarico a ingegneri strutturisti. Verifiche verranno effettuate anche sulle impalcature e se ci fossero già stati eventuali alert. Intanto la polizia giudiziaria della sezione specializzata in materia di infortuni sul lavoro, che ieri ha effettuato un sopralluogo subito dopo il crollo, ha raccolto, insieme ai carabinieri, le prime dichiarazioni degli operai sopravvissuti e presenti sul posto.
Il messaggio di Giorgia Meloni
“Esprimo profondo dolore e cordoglio, a nome mio e del Governo, per la tragica scomparsa di Octay Stroici, l’operaio rimasto vittima del crollo della Torre dei Conti a Roma”. Lo scrive il presidente del Consiglio Giorgia Meloni su X. “Siamo vicini alla sua famiglia e ai suoi colleghi in questo momento di indicibile sofferenza”, aggiunge la premier ringraziando “nuovamente i soccorritori e tutti coloro che si sono prodigati, senza sosta e con coraggio, nel tentativo di salvargli la vita”.
Il cordoglio di Gualtieri
“Esprimo profondo cordoglio per la scomparsa di Octay Stroici, l’operaio vittima del tragico crollo avvenuto alla Torre dei Conti“. A dichiararlo il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.
Che aggiunge: “a nome di Roma Capitale e mio personale, rivolgo un pensiero commosso alla sua famiglia, ai colleghi e a tutti coloro che gli erano vicini”.
“Voglio ringraziare i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e i soccorritori che sono intervenuti con grande professionalità e dedizione in una situazione così complessa e drammatica“, ha aggiunto il sindaco.
Rocca: “di lavoro non si può e non si deve morire”
“Octay Stroici, l’operaio rimasto sotto le macerie per ore dopo il crollo della Torre dei Conti, non ce l’ha fatta. Nonostante lo straordinario sforzo dei soccorritori. A nome mio e della Regione Lazio le più sentite condoglianze alla famiglia. Di lavoro non si può e non si deve morire”. A scriverlo sui social è il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca.
Giuli: “Stroicy non è rimasto solo neppure per un istante”
“Piangiamo la morte di Octavian Stroicy: il suo cuore ha smesso di battere malgrado l’ammirevole sforzo dei Vigili del Fuoco che lo avevano estratto ancora vivo dalle macerie della Torre dei Conti ai Fori Imperiali”. Lo ha detto il ministro della Cultura Alessandro Giuli.
“A sua moglie, a tutta la sua famiglia, rivolgo il mio cordoglio accorato e quello del Ministero della Cultura. Octavian non è rimasto solo nemmeno per un istante: oltre ai Vigili del Fuoco, le istituzioni nazionali e romane, le forze di sicurezza, il personale sanitario, la Protezione civile e i cittadini presenti hanno partecipato fino all’ultimo al tentativo di salvarlo. Il suo ricordo ci accompagnerà”, ha concluso Giuli.
Vigili del fuoco “addolorati”
I vigili del fuoco si dicono “addolorati per la morte del povero Octay, l’operaio coinvolto ieri a Roma nel crollo della Torre dei Conti. Abbiamo fatto tutto il possibile per salvarlo ed eravamo riusciti con un intervento eccezionale delle nostre squadre a strapparlo alla stretta delle macerie che lo hanno imprigionato per dodici ore. Siamo vicini alla famiglia in questo momento tragico”.
Estratto vivo dalle macerie l’ultimo operaio della Torre dei Conti. E’ in gravissime condizioni
AGI – Dieci ore di paura e speranza sospese tra le pietre millenarie della Torre dei Conti, nel cuore dei Fori Imperiali. Poi, il sospiro che tutta Roma aspettava: l’operaio romeno di 66 anni è stato estratto vivo dalle macerie. Intrappolato per ore dopo il crollo parziale della Torre, l’uomo è stato salvato al termine di un’operazione disperata e complessa, condotta dai Vigili del Fuoco e dai soccorritori del 118 tra le rovine instabili del monumento medievale. Ora è in gravissime condizioni e sta per essere ricoverato al Policlinico Umberto I, dove è arrivato scortato da polizia e carabinieri mentre i sanitari gli praticavano un massaggio cardiaco.
Altri quattro operai erano stati coinvolti nel crollo delle 11:15 di stamattina, uno era ricoverato in codice rosso all’ospedale San Giovanni di Roma e dimesso in serata, mentre per gli altri tre non è stato necessario il ricovero.
L’uomo che ha tenuto per ore i soccorritori con il fiato sospeso è Octay Stroici, rimasto sommerso dalle macerie del cantiere di restauro e consolidamento della Torre dei Conti a Largo Ricci, tra Via Cavour e Via dei Fori Imperiali. Un intervento finanziato dal PNRR, ‘Caput Mundi‘, proprio per il recupero e la valorizzazione dell’edificio per un importo da 6,9 milioni di euro. In un post Facebook di Gualtieri in occasione della rimozione della pompa di benzina, il sindaco descriveva la natura del progetto di riqualificazione: “Parallelamente proseguono gli scavi nel Giardino di Largo Corrado Ricci e il restauro della Torre dei Conti, destinata a diventare un centro culturale con aule studio e una terrazza panoramica. Tutti gli interventi, finanziati con fondi del PNRR, rientrano nel progetto CarME per la riqualificazione dell’intera area archeologica centrale. Roma si rigenera e continua a regalare bellezza”.
Le autorità sul luogo del crollo
Oggi lo storytelling della Roma che si rigenera però ha subito una brusca battuta d’arresto. Per tutto il giorno, le autorità hanno seguito da vicino la macchina dei soccorsi. A Largo Ricci, oltre le forze dell’ordine allertate, le squadre speciali dei Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, ma anche il sindaco di Roma, Gualtieri, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, il prefetto di Roma Lamberto Giannini, il sovrintendente ai beni capitolini, Claudio Parisi Presicce, l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio, la presidente del Municipio di Roma Centro, Lorenza Bonaccorsi. Ma anche il segretario generale della CGIL Roma e Lazio Natale Di Cola e Diego Piccoli della Fillea CGIL Roma e Lazio che della sicurezza nei cantieri ha fatto una battaglia e ha chiesto, una volta salvato l’operaio “un tavolo alle istituzioni”. Anche la premier Giorgia Meloni aveva fatto sapere in una nota che stava seguendo “con apprensione” la situazione.
Indagini e rischio soccorritori
Tutti con il naso all’insù dalla mattina fino a tarda sera, cercando di capire come salvare l’ultimo operaio, senza mettere a rischio la vita dei soccorritori, già sfiorati dal secondo crollo. Decine le troupe accorse, anche quelle straniere che si alternano in dirette dal luogo del crollo e i turisti che, di fronte a questo dispiegamento di divise, chiedono informazioni su quanto accaduto. Nel frattempo, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per disastro colposo.
Quelle che si sono susseguite sono state ore di attesa, con gli occhi puntati a quella finestrella di questo palazzo medievale di cui molti fino a stamattina ignoravano il nome. Per tutto il giorno si è camminato sul filo del rasoio con l’attenzione rivolta a ogni minimo movimento delle autogru, alle scale con cui piccole squadre di vigili si avvicinano al palazzo, alle finestre chiuse dalle macerie dei crolli dove si scava anche a mani nude provando a liberare gli accessi, per creare un varco.
La svolta dei soccorsi: “Elephant” e speranza
Solo verso le ore 15 il prefetto Giannini si avvicina ai giornalisti rassicurando sulle condizioni dell’operaio: “Ci sono segnali che sia ancora vivo. Quello che possiamo dire è che sarà un’operazione molto lunga e complessa, perché il rischio di crollo è altissimo. Poi ancora, ore di tentativi, di mezzi sempre più grandi e specializzati in operazioni di scavo tra le macerie, come fossimo davanti a un terremoto. La svolta con l’arrivo, all’imbrunire, degli “Elephant”, dei grossi tubi aspiratori in grado di risucchiare le macerie depositate davanti alle finestre per aprire un varco, per far spazio agli speleologi e poi agli operatori del 118. Perché alle ore 20 la sensazione è che la speranza sia ancora viva. L’operaio romeno dopo ore sotto le macerie comunica con i soccorritori, si lavora per estrarre una persona viva. Questa è la notizia del giorno.
L’estrazione finale e i primi interventi medici
Poi bisognerà aspettare le 22 per avere altre notizie. Finalmente, il sindaco di Roma si avvicina ai cronisti riferendo che all’operaio è stata apposta “una maschera d’ossigeno” e che “sul posto sono saliti anche i medici, coraggiosissimi, che hanno praticato i primi interventi. Proprio in questo momento è in corso un tentativo di estrazione molto complicato, difficile e rischioso. Tutte le istituzioni sono qui per supportare questo momento eccezionale”.
Le indagini e le condizioni dell’operaio
Negli stessi minuti, anche il ministro Giuli parla alla stampa dicendo che sui tempi “non c’è una stima perché la situazione è talmente delicata che bisogna tenere bassissima ogni soglia di rischio”. Insomma, a preoccupare è ancora la stabilità della struttura che come ha ricordato Giannini “potrebbe crollare”. Alla fine, l’uomo è stato estratto vivo e ora sì inizierà a indagare sulle eventuali responsabilità. Intanto, l’operaio, pur rimasto sempre cosciente, è in gravissime condizioni e in pericolo di vita: è stato trasportato in ambulanza al Policlinico Umberto I.
Milano, donna accoltellata alle spalle senza motivo. Fermato l’aggressore, il video dell’agguato
AGI – Una donna di 43 anni, dipendente di Finlombarda, è stata aggredita e colpita con un coltello poco prima delle 9 in piazza Gae Aulenti a Milano. L’aggressore è fuggito. L’arma, un lungo coltello da cucina, era conficcato nella schiena della vittima, che è stata trasportata in codice rosso in ospedale. Le sue condizioni, seppure sia rimasta sempre cosciente, sono gravi. Le indagini sono affidate ai carabinieri.
I militari del Comando Provinciale Carabinieri di Milano, hanno identificato e rintracciato il presunto responsabile.
In particolare, in serata, a seguito della diffusione delle immagini autorizzata dalla Procura della Repubblica di Milano, è pervenuta alla Centrale Operativa dell’Arma una segnalazione da parte di una donna, che ha riferito di aver riconosciuto il fratello gemello nelle immagini dell’aggressore.
Le immediate ricerche hanno consentito di rintracciare l’uomo all’interno di un albergo del capoluogo, dove era ospite da qualche giorno, dopo essere stato allontanato da una comunità di recupero del Varesotto.
Nella circostanza, l’uomo, 59enne italiano nato a Bergamo, è stato trovato in possesso dei capi di abbigliamento corrispondenti a quelli indossati nel corso dell’aggressione.
Da una prima ricostruzione, non sono emersi collegamenti tra la vittima e l’aggressore
I precedenti dell’aggressore
Ci sono precedenti fatti di sangue nella vita di Vincenzo Lanni, 59 anni, l’uomo fermato dai Carabinieri come autore dell’accoltellamento della donna di 43 anni avvenuto stamane a Milano, in piazza Gae Aulenti. Risalgono al 2015.
L’uomo è l’autore degli accoltellamenti di Villa di Serio e di Alzano, che 10 anni fa avevano fatto finire in ospedale due pensionati. Se non fosse stato fermato, aveva detto allora agli inquirenti, avrebbe ucciso delle donne. Nel 2015 disse di aver deciso di uccidere come reazione al profondo stato di frustrazione che provava per la sua vita fallimentare.
Le condizioni della vittima
L’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso, in costante contatto con Niguarda, comunica che, secondo quanto appreso dalla direzione dell’ospedale, “la signora ha ricevuto una ferita da arma da taglio alla schiena, che ha provocato danni al torace e all’addome. È stata subito operata dagli specialisti del ‘Trauma Center’, guidati da Stefania Cimbanassi. L’intervento è durato circa due ore. Al momento la paziente non è considerata in immediato pericolo di vita, la prognosi rimane riservata”.
Il presidente lombardo Attilio Fontana, a nome dell’intera giunta regionale, esprime “solidarietà e vicinanza” alla donna ferita. “Una vicenda che ha turbato tutti noi – spiega Fontana – non solo per il fatto che questa donna fa parte del nostro sistema regionale, ma per le dinamiche che l’hanno caratterizzata”. “Rivolgiamo inoltre – conclude il governatore – i più sentiti ringraziamenti ai soccorritori e a chi all’ospedale Niguarda è intervenuto prendendo in cura la donna”.
Azione improvvisa
Sembrerebbe un’aggressione estemporanea e senza apparenti motivi. Le indagini dei carabinieri si concentrano su un uomo ripreso dalle telecamere di sorveglianza della zona. E’ stato lui a colpire con un unico fendente alla schiena la vittima, che stava raggiungendo il posto di lavoro. Nelle immagini l’uomo, di carnagione chiara, indossa una giacca a vento, pantaloni scuri e scarpe da ginnastica e in una mano tiene sacchetto di colore verde.
Il video dell’aggressione
Il sindaco Sala: “Violenza inaccettabile”
“In seguito a quanto accaduto in piazza Gae Aulenti questa mattina, sono in contatto con le Forze dell’ordine impegnate nell’individuazione del responsabile. Spero sia assicurato al più presto alla giustizia. Episodi di violenza di questo genere non sono accettabili. Esprimo la mia vicinanza alla signora vittima di questo gesto di violenza e alla sua famiglia. Ci auguriamo possa riprendersi presto dal trauma e dalle conseguenze di questo evento”, ha dichiarato il sindaco di Milano Giuseppe Sala.
Sparo di Capodanno: Emanuele Pozzolo condannato a Biella
AGI – Il tribunale di Biella ha condannato il deputato (ex Fratelli d’Italia) Emanuele Pozzolo ad un anno e tre mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena. Il giudice ha considerato colpevole il parlamentare per il capo di imputazione del porto abusivo di arma da collezione, mentre lo ha assolto per il possesso di munizioni di guerra. Si è conclusa così l’ultima udienza del processo su una vicenda che aveva suscitato molto scalpore.
A Capodanno del 2024 nella sede della Pro Loco di Rosazza, in provincia di Biella, in una festa a cui aveva partecipato anche il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro con gli agenti della sua scorta, oltre a numerosi altri esponenti politici locali un colpo di pistola partito da un minirevolver di proprietà di Pozzolo, aveva ferito alla gamba il genero del caposcorta, Luca Campana.
La difesa di Pozzolo e il ritiro della querela
Pozzolo si è sempre dichiarato innocente. Il processo ha riguardato solo aspetti tecnici sull’arma e i proiettili perché l’accusa di lesioni era decaduta dopo il risarcimento pagato da Pozzolo e al conseguente ritiro della querela. Il commento finale di Pozzolo è stato lapidario: “Si è sgretolata un’altra parte delle accuse montate anche dai media”.
La requisitoria del pm
La condanna di Pozzolo a un anno e mezzo di reclusione era stata sollecitata in sede di requisitoria dal pm Francesca Pala Ranieri che in un’ora ha ripercorso tutta la vicenda. Non è mancata qualche sottolineatura polemica da parte del rappresentante della pubblica accusa. Come quando ha detto che la difesa avrebbe cercato “in più occasioni di minare la credibilità dei testimoni” e di “strumentalizzare il processo per mettere in discussione l’operato della procura”.
Clochard senza nome morto a Milano,”qualcuno ci racconti di lui”
AGI – L’ultimo atto di attenzione verso la sua vita è stata la telefonata al 118 di un’infermiera del vicino ospedale che l’ha visto immobile, in posizione seduta, su un giaciglio raffazzonato accanto a un arbusto. Intorno a lui, confezioni di alimenti disseminate. Erano passate da poco le tre del pomeriggio di mercoledì 29 ottobre in via Graziano Imperatore, quartiere Niguarda, periferia nord ovest di Milano.
Il 31 ottobre, alla vigilia del giorno dedicato alla memoria dei defunti, quest’uomo, che addosso non aveva documenti, non ha ancora un’identità. In apparenza, da quello che hanno constatato gli agenti della Volante e il medico legale, era “di etnia africana”. La Polizia scientifica ha raccolto le impronte digitali per provare a dargli un nome. L’infermiera ha raccontato di averlo già notato diverse ore prima e quando l’ha rivisto, nel pomeriggio, mostrava la stessa identica postura e si è allarmata.
Quel giorno era di turno il pubblico ministero Giovanna Cavalleri ma il suo non è un caso di cronaca nera, è quella che si definisce una morte naturale, non meritevole di approfondimenti investigativi. Non c’erano segni di violenza sul corpo e l’ipotesi più probabile è che sia deceduto per un malore. I sanitari che l’hanno soccorso si sono accorti che aveva vomitato. Ed è tutto quello che è noto di questa vita.
Gli abitanti della zona ne hanno parlato nel gruppo social di un quartiere che ha nella solidarietà verso i residenti più sfortunati una sua ‘storica’ caratteristica. Qualcuno ha osservato che non era un clochard dei “nostri”, di quelli che diventano presenze quotidiane ai margini della strada. Altri hanno chiesto una preghiera per lui. Savina Perchinelli, animatrice di molte attività di aiuto nel quartiere, commenta: “Ci sono tante persone che faranno questa fine nell’inverno che sta arrivando per l’emergenza abitativa”.
Mirko Mazzali, assessore del Municipio 9, affida all’AGI una riflessione e un appello: “Una persona morta che nessuno conosceva come è possibile ? Una persona che merita che qualcuno, la collettività, possa ricordarla e raccontare qualche ricordo, chi era, come mai non aveva casa, da dove veniva. Sarebbe bello che qualcuno che gli aveva parlato o semplicemente lo aveva visto o magari cercato di aiutare si facesse vivo e vi raccontasse di lui. Perché una persona morta senza nome è un dolore ancor più grande”.
Garlasco, indagato per corruzione il padre di Andrea Sempio. “Orchestrò il passaggio di so…
AGI – Giuseppe Sempio, padre di Andrea, è indagato per corruzione nell’indagine della Procura di Brescia che vede accusato l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti per corruzione in atti giudiziari. La notizia, anticipata dal tg1, viene confermata da fonti qualificate.
Nella perquisizione a casa dei genitori di Andrea Sempio, era stato trovato un appunto scritto dal padre Giuseppe: ‘Venditti gip archivia per 20.30 euro‘. L’interpretazione degli inquirenti è che Venditti sarebbe stato corrotto con 20-30mila euro per agevolare l’archiviazione di Andrea Sempio dall’accusa di avere ucciso Chiara Poggi nel 2017. Il nuovo sviluppo investigativo fa pensare che a corrompere Venditti potrebbe avere contribuito, secondo l’impostazione della Procura bresciana, proprio il padre di Andrea.
Giuseppe Sempio avrebbe “orchestrato” il pagamento di denaro all’allora procuratore aggiunto Mario Venditti per indurlo a chiedere l’archiviazione della posizione di Andrea Sempio nell’indagine del 2017. Secondo quanto riferito da una fonte qualificata, “alcuni elementi trovati durante la perquisizione dell’abitazione avvenuta lo scorso 26 settembre e un altro insieme di cose ci fanno ritenere che, se c’è stato un passaggio di denaro, lo ha orchestrato lui”.
La posizione della difesa
“Giuseppe Sempio non ha ricevuto nessuna notifica, nessun atto da cui risulti che è indagato“. Lo afferma all’AGI l’avvocata Angela Taccia, legale di Andrea Sempio dopo avere appreso la notizia che Giuseppe Sempio è indagato per corruzione.
Manifesta sorpresa, invece, l’avvocata Marzia Gregorelli del foro di Brescia, indicata come legale d’ufficio nell’atto notificato a Giuseppe Sempio dalla Procura di Brescia in attesa di una nomina di fiducia: “Non conosco Giuseppe Sempio ovviamente, essendo stata nominata avvocata d’ufficio. Non ho ancora ricevuto nessun atto”.
Le spiegazioni di papà Sempio ai pm
Una nota di previsione per le spese legali. Questo rappresentava, aveva spiegato agli inquirenti Giuseppe Sempio, il padre di Andrea, l’appunto “Venditti gip archivia X 20.30 euro” nel quale invece la Procura di Brescia intravvede il prezzo della corruzione dell’allora procuratore aggiunto Mario Venditti.
“Dovrebbe essere una previsione di spesa che avevamo fatto noi in casa, su quanto avremmo dovuto pagare agli avvocati alla fine della faccenda” aveva messo a verbale l’uomo, sentito dai finanzieri di Brescia e Pavia e dai carabinieri di Milano come testimone lo scorso 26 settembre. Ed era arrivata anche la sua spiegazione su chi fossero “quei signori lì” ai quali erano destinati dei soldi di cui parlava con la moglie Daniela in una conversazione in auto. “Sicuramente intendevo gli avvocati. Sono sicuro che mi riferivo agli avvocati”.
In quei mesi di angoscia per le sorti del figlio, nel 2017, argomentò, spesero “tra i cinquantacinquemila e i sessantamila euro” per gli avvocati. “Visto che l’archiviazione è arrivata circa tre mesi dopo l’iscrizione, non è strano avere speso sessantamila euro per tre avvocati per tre o quattro mesi?” gli avevano domandato gli inquirenti. “Lo so che sembra strano, ma è così – aveva risposto -. Noi eravamo nelle loro mani, e non sapevamo una virgola di cosa facessero, eravamo in balia degli avvocati”.
In arrivo un nuovo accertamento “non ripetibile”
L’iscrizione nel registro degli indagati di Giuseppe Sempio emerge dalla notifica al padre di Andrea e all’ex magistrato Mario Venditti di “un avviso di conferimento di incarico per accertamento tecnico non ripetibile”. La Procura di Brescia, si legge nel documento, ha conferito l’incarico al consulente Matteo Ghigo per estrarre la “copia forense” dei device dei due indagati “estesa sia ai dati presenti sia a quelli eventualmente cancellati riversando i dati cosi’ estratti nella ‘copia mezzo’. Le parti vengono avvisate che hanno la possibilità di nominare i loro consulenti. Le operazioni si svolgeranno il 3 novembre 2025 a Pinerolo con inizio alle 15 nello studio Difob dove è domiciliato Ghigo.
Dall’atto sembra emergere la volontà della Procura di Brescia di ‘superare’ le obiezioni che il Tribunale del Riesame aveva posto nelle settimane scorse annullando i sequestri dei dispositivi informatici di Venditti. La richiesta per il consulente Ghigo è di estrarre i “dati rilevanti” per le indagini dai device di Venditti e Giuseppe Sempio entro 45 giorni effettuando quindi quella selezione che, secondo il Riesame, non era stata fatta per Venditti violando i principi sanciti dalla Cassazione di contenere al necessario, solo in relazione alle ipotesi di reato, l’intrusione nella vita privata di una persona.
A breve l’audizione dei tre legali di Andrea Sempio
Dopo l’iscrizione nel registro degli indagati di Giuseppe Sempio, nei prossimi giorni il procuratore di Brescia, Francesco Prete, e la pm Claudia Moregola continueranno a scavare nel contesto in cui sarebbe maturata la corruzione di Mario Venditti “orchestrata” dal padre dell’indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. Nei prossimi giorni verranno sentiti come testimoni gli avvocati Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi, che assistevano Andrea Sempio nel 2017 e ai quali, secondo la tesi sostenuta dai genitori di Andrea, erano destinati i soldi che per la Procura rappresentano invece il prezzo della corruzione.
L’avvocato Fabrizio Gallo ha già fatto sapere che Lovati non si avvarrà del segreto professionale mentre non sono note le strategie degli altri due. Possibile anche che venga chiamata a l’ex sostituta procuratrice generale milanese, Laura Barbaini, che sostenne l’accusa contro Alberto Stasi nell’appello-bis. A Barbaini sarà chiesto conto dei due documenti, spediti su carta intestata il 17 e 23 gennaio 2017 e non protocollati da Venditti, nei quali diede dei consigli al collega, ora indagato per corruzione, sul fascicolo poi archiviato dal gip Fabio Lambertucci tre mesi dopo.
Archiviata l’indagine su Leonardo Apache La Russa. Il gip: “Non fu violenza sessuale
AGI – Finisce in archivio l’indagine per violenza sessuale nella quale erano indagati Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato, e l’amico Tommaso Gilardoni. Lo ha deciso il gip Rossana Mongiardo, che si era riservata al termine dell’udienza del 25 settembre scorso dopo che si era discussa l’opposizione all’archiviazione dall’accusa di violenza sessuale presentata dalla ragazza che aveva denunciato i presunti abusi attraverso il suo legale. La giudice era chiamata a decidere se accogliere la richiesta della Procura di archiviare o disporre l’imputazione coatta oppure ordinare nuove indagini.
“Tutti gli elementi portano a ritenere che ci sia stato un consenso esplicito da parte della ragazza”, avevano affermato i legali di Leonardo Apache La Russa, gli avvocati Adriano Bazzoni e Vinicio Nardo, ricostruendo la loro versione su quanto accaduto nella notte tra il 18 e il 19 maggio 2023.
Le motivazioni dell’archiviazione
“Certamente, la condotta degli indagati è connotata da profonda superficialità e scarso rispetto della persona offesa, come dimostra il tenore dei messaggi scambiati, ma non tale da assurgere a rilevanza penale“. È un passaggio della richiesta di archiviazione firmata dalla gip Rossana Mongiardo per Leonardo Apache La Russa e Tommaso Gilardoni, accusati di violenza sessuale ai danni di una ragazza che aveva presentato denuncia contro di loro.
La vicenda
Secondo quanto contestato dalla procura, Leonardo Apache La Russa, “dopo averlo realizzato, inviava a Tommaso Gilardoni”, su Whatsapp, la notte del 19 maggio 2023, “un video a contenuto sessualmente esplicito, destinato a rimanere privato, ritraente” l’ex compagna di scuola incontrata poco prima nella discoteca Apophis in centro a Milano “mentre si trovavano sul divano all’interno della sua abitazione, senza il consenso della ragazza“.
La stessa 22enne, al risveglio, denunciò di essersi trovata “nuda” a casa La Russa e di avere appreso dallo stesso Leonardo che lui e un amico avrebbero avuto dei rapporti sessuali con lei “in stato di incoscienza”.
I legali di La Russa, “si chiude bene un doloroso iter processuale”
“Accogliamo con soddisfazione l’ordinanza di archiviazione del Gip che recepisce non solo i nostri argomenti, ma soprattutto le risultanze di un’ampia e scrupolosa indagine della Procura, rispetto alla quale ci siamo sempre posti in termini di massima disponibilità”. A dirlo sono i legali di Leonardo La Russa, Adriano Bazzoni e Vinicio Nardo.
“Per il nostro assistito – prosegue una nota dei due avvocati – si conclude positivamente un doloroso iter processuale che ha giustamente indagato a fondo per oltre due anni e caratterizzato anche da una severa esposizione mediatica, non scevra da ricadute sulla serenità familiare, ‘in primis’ di Leonardo, affrontate silenziosamente e con fiducia nella giustizia”.
Foto di nudo con l’IA, la denuncia di Francesca Barra
AGi -” Ho scoperto ieri che su un sito per adulti circolano immagini di me nuda, generate con l’intelligenza artificiale”: è la denuncia via social della giornalista e scrittrice Francesca Barra che, con un lungo post, ha dato anche il via a una serie di accertamenti a opera della Polizia postale sulla natura dei contenuti pubblicati sull’ultimo sito sessista, SocialMediaGirls.com.
“Non sono io – ha scritto Barra – ma qualcuno ha deciso di costruire quella menzogna per ottenere attenzione e insinuare il dubbio che potessi essermi mostrata in quel modo negli ambienti in cui lavoro o ho lavorato: in Mediaset e con @pierochiambretti .
Ho pensato ai miei figli e ho provato imbarazzo e paura per ciò che avrebbero potuto sentire o leggere, se quelle immagini fossero finite nelle mani sbagliate. Non é arte, non é una scelta personale quindi ovviamente creata per suscitare morbosità pericolose perchè basate sull’alterazione della realtà senza consenso della diretta interessata”, ha continuato la giornalista.
“E ho pensato alle figlie e ai figli di tutti, alle ragazze che subiscono la stessa violenza digitale e che forse non hanno i miei stessi strumenti per difendersi o la mia forza per reagire. É una violenza e un abuso che marchia la dignità, la reputazione, la fiducia.
Un furto dell’immagine, del corpo, della libertà di essere viste come si è — non come un algoritmo o una mente malintenzionata decide di rappresentarci”.
“Le tecnologie – sottolinea Barra – dovrebbero essere strumenti di progresso, non di sopraffazione. E invece, troppo spesso, diventano armi: di manipolazione, di vergogna, di distruzione dell’identità. Chi crea, diffonde o ospita questo materiale commette un reato, ma troppo spesso le leggi, la rete e le piattaforme arrivano dopo. Ho discusso da poco una tesi in criminologia sul cyberbullismo, proprio perché spero di poter contribuire con competenza ad arginare questo fenomeno e a sensibilizzare famiglie, studenti, figli. Il mio assunto é che il cyberbullismo non è un problema fra ragazzi, ma uno specchio delle nostre fragilità collettive e infatti eccoci qui a dare, come sempre, il pessimo esempio. Questa non è solo la mia storia, ma il preludio di un pericolo che riguarda tutti.Nessuna donna, nessuna ragazza dovrebbe trovarsi di fronte a un corpo inventato e sentirsi ferita due volte: nell’immagine e con l’impunità”.
Perizia ‘super partes’ su Ramy, il gip dice no alla procura per la seconda volta
AGI – Non è il momento ‘giusto’ per una perizia super partes che sciolga i dubbi sull’incidente stradale in cui il 19enne egiziano Ramy Elgaml morì il 24 novembre dell’anno scorso dopo il contatto tra lo scooter sul quale viaggiava con Fares Bouzidi e la gazzella dei carabinieri che li inseguiva. Lo ribadisce la gip Maria Idra Gurgo di Castelmenardo nel provvedimento in cui, per la seconda volta, respinge la stessa richiesta della Procura.
“La richiesta oggi in valutazione si differenzia da quella precedente solo sotto il profilo che questa volta, specifica gli elementi di divergenza tra le varie relazione dei consulenti tecnici depositate in atti”, cioè le consulenze svolte dagli esperti incaricati dagli indagati Fares Bouzidi, dal carabiniere Antonio Lenoci e dai familiari di Ramy. Consulenze che vertono “sulla dinamica del sinistro e, in particolare, al momento e alle modalità con cui si sarebbe verificato il contatto tra l’autovettura di radiomobile e il motociclo a bordo del quale viaggiava (quale trasportato) la vittima”.
Secondo la Procura, la “perizia può essere strumento decisivo anche nella fase delle indagini preliminari ai fini della decisione del gip sulla fondatezza di un’eventuale richiesta di archiviazione ovvero di un eventuale esercizio dell’azione penale“. Motivazione che non convince la giudice. “Non può non rilevarsi come, diversamente da quanto assume il pm – scrive la gip – l’incidente probatorio non è strumento funzionalmente destinato a orientare la decisione del gip sulla fondatezza di un’eventuale richiesta di archiviazione”.
“La perizia svolge appieno il suo ruolo chiarificatore allorché lo scenario fattuale sia acquisito al processo in modo compiuto e rituale – è la conclusione del giudice -. Essa, dunque, particolarmente nelle situazioni probatorie complesse, si colloca archetipicamente nel dibattimento, al termine dell’istruttoria”.
Vittima di abusi sessuali, bimba denuncia i genitori al Telefono azzurro
AGI – Arrestata una coppia per gravi abusi sui figli minorenni. La denuncia partita da una delle piccole vittime al Telefono azzurro, ha fatto scattare l’operazione dei carabinieri della Compagnia di Monreale nei confronti di un uomo e una donna di 30 e 44 anni, accusati, in concorso, di atti sessuali con minorenne.
Una vicenda emersa grazie al coraggio della bambina che ha contattato il numero di emergenza dell’associazione di aiuto all’infanzia, affidando agli operatori il drammatico racconto dei ripetuti abusi sessuali. La ragazzina, figlia biologica della donna, secondo quanto emerso dalle parole della vittima, sarebbe stata costretta – insieme al fratello di qualche anno più grande, anche lui figlio naturale dell’arrestata – a partecipare ad atti sessuali consumati dalla coppia.
Gli operatori hanno immediatamente allertato i carabinieri, consentendo un intervento tempestivo che ha permesso l’avvio di una delicata indagine lo scorso agosto e che – grazie a una mirata attività tecnica – sotto il coordinamento della procura di Palermo, ha delineato i contorni di una vicenda familiare segnata da violenze, degrado e isolamento sociale. I militari hanno sequestrato telefoni cellulari, pc e altro materiale informatico, oltre all’appartamento in cui si sarebbero consumate le violenze. I due bambini, sono stati collocati in una comunità protetta, mentre la coppia, è stata condotta nel carcere Pagliarelli.
Garlasco, che cosa sta cercando la procura di Brescia su Venditti. E il suo avvocato scrive a Nordio
AGI – Nella nuova richiesta di sequestro dei dispositivi informatici dell’ex procuratore pavese Mario Venditti e degli ex carabinieri Giuseppe Spoto e Silvio Sapone, la Procura di Brescia ‘scopre’ con precisione le carte su quello che sta cercando per avvalorare l’ipotesi che l’ex magistrato sia stato corrotto per chiedere di archiviare Andrea Sempio nel 2017 a un gip che ha poi condiviso le sue considerazioni. “Tra gli elementi su cui occorre fare chiarezza, vi è l’accertata disponibilità da parte dei Sempio della consulenza di Linarello – scrivono i pm – prima che essa fosse oggetto di discovery, atteso che è stata consegnata al loro consulente tecnico generale Garofano il 13 gennaio 2017 e vi è dunque la necessita’ di cercare chi ne abbia avuto la materiale disponibilità in quel periodo, verificando se essa fosse memorizzata negli apparati informatici in sequestro e se essa sia stata inviata a terzi a mezzo di canali informatici”.
Sempio e la consulenza di Linarello
Gli inquirenti ipotizzano che Andrea Sempio fosse consapevole delle domande che gli sarebbero state rivolte interrogatorio del 10 febbraio 2017 prima dell’archiviazione arrivata un mese dopo, a cominciare dai contenuti della consulenza del genetista della difesa Stasi, Pasquale Linarello. La Procura esplicita che si cerca “la documentazione e i dati di tipo informatico contenuti o memorizzati all’interno dei dispositivi e dei supporti consistenti in comunicazioni effettuate mediante c-mail, sms,mms o applicativi di messaggistica istantanea, file di documenti e fotografie presenti sui pc, sui dispositivi smartphone o tablet e sui supporti di archiviazione di dati” relativi ad alcuni “temi investigativi”. L’obiettivo è ‘superare’ lo stop del Riesame al precedente sequestro di dispositivi elettronici bocciato perché non ben circostanziato ma “non nel merito”.
Temi investigativi chiave
Ed ecco quindi quali sono i temi investigativi. Spiccano le “modalità di svolgimento delle indagini compiute nel 2016/2017 a carico di Sempio, i rapporti tra gli inquirenti (pm e polizia giudiziaria) con la famiglia Sempio o i loro avvocati e consulenti tecnici, il versamento di denaro agli inquirenti, anche attraverso terzi-soggetti, per influire su tali indagini, i canali di monetizzazione del denaro da parte della famiglia Sempio”. Per acquisire questa massa di dati, precisano, “è indispensabile disporre della integrale copia forense dei contenuti dei dispositivi e supporti indicati, non essendo possibile allo stato individuare delle specifiche chiavi di ricerca per effettuare una selezione mirata delle informazioni utili ai fini delle indagini, solo che si consideri come le indagini a carico di Sempio abbiano coinvolto una pluralità di soggetti (polizia giudiziaria, difensori dell’indagato e della parte civile, consulenti tecnici, magistrati) e siano state potenzialmente, ma molto verosimilmente, oggetto di commenti e di interazioni con ulteriori persone (che non sono identificabili ex ante) non solo all’epoca del loro svolgimento, ma anche in epoca più recente, coincidente con la richiesta di riapertura delle indagini presentata dalla Procura di Pavia al gip”.
Indicare le parole chiave, precisano i pm, farebbe correre “il rischio di tralasciare elementi di rilievo investigativo non più recuperabili dopo la restituzione della copia-mezzo (cioè la copia integrale di tutto il materiale sequestrato, ndr)”. “Ad esempio, non è possibile ricercare con parole chiave delle fotografe che in ipotesi siano utili alla ricostruzione e alla prova dei fatti, quali immagini di atti del procedimento, di soldi, di incontri, di rapporti personali tra gli indagati – si legge nella richiesta di sequestro -. Inoltre, non è possibile individuare con parole chiave delle conversazioni contenenti linguaggio criptico o allusivo (che deve ritenersi utilizzato in contesti quale quello di specie in cui si trattano argomenti illeciti ovvero scambiate con soggetti memorizzati nei device con nomignoli o abbreviazioni”. Per questo la proposta della Procura bresciana è quella di selezionare i temi d’indagine e non delle semplici parole “entro due mesi dalla disponibilità della copia forense, a seguito di ispezione informatica della copia-mezzo da parte della Polizia Giudiziaria sulla scorta delle acquisizioni investigative in continuo sviluppo”. Nemmeno è possibile selezionare, in questa fase, tra i dispositivi a disposizione delle persone interessate dal sequestro perché i dati potrebbero essere stati memorizzati “in diversi apparati alla luce dell’ampio arco temporale in cui essi si possono essere sviluppati, potendo tale selezione essere svolta solo all’esito della loro complessiva analisi e dell’analisi degli alt strumenti e dati acquisiti nel corso delle indagini”.
E l’interesse mediatico potrebbe avere fatto accrescere il materiale utile visto che si fa riferimento alla “più che verosimile presenza di contatti e conversazioni, avvenute in qualsivoglia modalità (testuale, vocale, fotografica, etc.), aventi a oggetto lo svolgimento – già definito anomalo – delle indagini” della Procura di Pavia quando c’era Venditti. Ipotesi “ulteriormente corroborata dall’imponente eco mediatica che la vicenda ha avuto nell’ultimo anno e mezzo, elemento che supporta l’ipotesi di presenza, all’interno dei dispositivi in sequestro, di nuove conversazioni utili a ricostruire i fatti e le connesse responsabilità”. Gli inquirenti parlano “di sviluppi allo stato non prevedibili delle indagini, quali il coinvolgimento di terzi allo stato non individuati ovvero dinamiche illecite ma a oggi non note”. Caccia anche alle fotografie “di rilevante utilità che possono essere memorizzate negli apparati informatici oggetto di sequestro. Deve infatti considerarsi come, per la distanza temporale dai fatti, non sia possibile acquisire i tabulati del traffico telefonico e come sia dunque indispensabile ricavare i dati dei contatti e delle connessioni avvenute”. Infine, “di estrema utilità potrebbe rivelarsi l’individuazione e l’acquisizione dei contenuti delle cosiddette ‘device notification‘, cioè delle anteprime dei messaggi di testo inviati per il tramite di applicazioni di messaggistica istantanea, acquisibili anche laddove le relative chat fossero state medio tempore cancellate; ipotesi tutt’altro che remota, alla luce delle considerazioni sopra esposte sull’eco mediatica dell’indagine e della discovery della stessa”.
E il difensore di Venditti scrive a Nordio
“Onorevole Ministro Nordio, ancora una volta, e con maggiore allarme, mi rivolgo fiducioso a Lei per quanto accade nella vicenda Garlasco, vicenda che si sottrae a ogni forma di regola di civiltà giuridica“. Lo scrive l’avvocato Domenico Aiello, legale dell’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, rivolgendosi al ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
“Oggi i due principali quotidiani italiani, evidentemente garantisti a convenienza, danno ampio risalto dell’avvenuta notifica di un nuovo decreto di sequestro notificato a tre o più indagati, l’imprecisione è d’obbligo atteso che nessuno, tra indagati e difensori, allo stato ha ricevuto la citata notifica.- scrive ancora Aiello – Ai cronisti contattati allo scopo mi confermano che avrei ricevuto ieri la notifica, a mia insaputa dunque, e pertanto già da ieri sera risulterebbero legittimati a riportare notizia e presunti contenuti. Sarebbe il terzo decreto di sequestro sui beni del dottor Venditti, indagato per corruzione in atti giudiziari da corruttore ignoto”.
I decreti di sequestro e le irregolarità
Il legale entra nello specifico: “Il primo decreto di sequestro è stato annullato dal Riesame di Brescia, siamo in attesa di conoscere le motivazioni, il secondo sequestro è stato gravato da istanza di Riesame e siamo da settimane in attesa: il Tribunale non ha potuto fissare udienza per omesso deposito degli atti da parte della Procura di Brescia, la stessa che avrebbe emesso un terzo, ripeto terzo sequestro (o altro provvedimento), sempre sui medesimi beni già detenuti dagli inquirenti da fine settembre scorso. Rammento che il Tribunale di Brescia ha ordinato, decidendo il primo riesame, la restituzione degli apparati e l’inutilizzabilità di ogni informazione nelle more estratta. Decisione inutile vista l’aggressione in corso, senza precedenti. La difesa è costretta a misurarsi con l’ignoto, e con la stampa che ha notoriamente ben altri pur legittimi scopi.
L’appello al ministro: giustizia e decoro
La imploro signor Ministro: è necessario sottrarre la critica di un giudicato al ‘furor di Popolo‘; è necessario ripristinare rispetto e decoro per la Giustizia; è necessario garantire l’indagato di fronte a tali abusi“.
Campagna demolitoria e sospensione delle regole
E ancora Aiello, riferendosi a Venditti, scrive che “pare sia in corso tra Pavia (incompetente) e Brescia una ampia indagine, senza confini o termini, sulle diverse indagini condotte in passato dall’ex Procuratore aggiunto, una vera campagna demolitoria in assenza di regole, rispetto e di notizie criminis. Le più elementari regole processuali e la stessa Costituzione paiono sospese nella vicenda Garlasco. Tutto avviene a mezzo media e stampa dispiegate massicciamente a supportare le fazioni in campo. Cui bono prodest?”.
Svolta clamorosa sull’omicidio di Piersanti Mattarella, la Dia arresta un ex prefetto
AGI – Depistaggio sull’omicidio di Piersanti Mattarella: è l’accusa per la quale la Direzione investigativa antimafia ha eseguito l’ordinanza del Gip con cui è stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari a Filippo Piritore, ex funzionario di polizia già in servizio presso la Squadra mobile di Palermo ora in quiescenza. È accusato di depistaggio ‘dichiarativo’ nell’ambito delle indagini che la procura della Repubblica conduce con riferimento all’omicidio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella del 6 gennaio 1980.
L’indagato in particolare sentito, nel settembre del 2024, dai magistrati della procura quale persona informata sui fatti, in ordine alla ricostruzione delle vicende concernenti un guanto di pelle marrone di mano destra, ritrovato lo stesso giorno dell’omicidio a bordo della Fiat 127 utilizzata dagli assassini ma mai repertato né sequestrato da parte della Squadra mobile – ha reso dichiarazioni rivelatesi “del tutto prive di riscontro”, spiega la procura, con le quali “ha contribuito a sviare le indagini in corso funzionali (anche) al rinvenimento del detto guanto (mai più ritrovato)”.
Quarantacinque anni dopo, dunque, arriva una svolta clamorosa nelle indagini sull’omicidio del presidente della ‘Regione dalle carte in regola’, avvenuta in via Libertà, nell’Epifania del 1980 da due killer ancora senza nome.
L’indagato disse di avere consegnato il reperto, in maniera che sarebbe stata del tutto irrituale al sostituto procuratore Pietro Grasso, titolare delle indagini: “Il magistrato però – osserva la procura di Palermo – non poteva compiere alcuna investigazione attraverso il possesso materiale del guanto, possesso che anzi avrebbe ritardato inutilmente le indagini”. Da qui un altro elemento di accusa nei confronti di Piritore: “Grasso, sentito a sommarie informazioni a settembre 2024, ha affermato di non avere mai ricevuto nel guanto rinvenuto all’interno della Fiat 127 né alcuna notizia in proposito da parte della polizia giudiziaria”. Segno che il reperto fu fatto sparire già all’epoca, 45 anni fa, poco dopo l’omicidio Mattarella, in maniera deliberata. Il depistaggio è stato poi ribadito nel 2024, quando il prefetto oggi in pensione tornò a ripetere la propria versione.
Il video della Dia
Le versioni contraddittorie di Piritore
Il funzionario della Squadra mobile Piritore – sentito nel 2020 e poi nel settembre 2024 – avrebbe ribadito una versione più volte modificata e per niente credibile, di avere dato il fondamentale reperto a un agente, tale Di Natale, nell’immediatezza dei fatti, perché lo consegnasse al magistrato titolare delle indagini, Pietro Grasso; poi aveva detto di aver consegnato il guanto a un altro agente, Lauricella della polizia scientifica; infine che ci sarebbe stata un’annotazione in possesso della Squadra mobile, tale da comprovare quanto da lui riferito. Annotazione in realtà inesistente.
Depistaggi istituzionali e l’ombra di Contrada
Il sistema adottato, di fingere di aver dato un reperto così importante a un operatore di polizia che non aveva alcuna competenza in materia e che non faceva parte della Scientifica, “generò una stasi investigativa a causa della quale il guanto venne definitivamente dimenticato”, scrivono gli inquirenti della procura di Palermo nella richiesta di custodia cautelare presentata nei confronti di Filippo Piritore. “Non si rivela una inaudita novità – si legge ancora nell’atto giudiziario – che per tale delitto figure istituzionali abbiano sviato, depistato, inquinato, ritardato le investigazioni sugli autori materiali del delitto, addirittura attraverso la soppressione di una fonte di prova privilegiata, l’unica che avrebbe potuto condurre direttamente all’assassino”.
Questo sarebbe avvenuto “per finalità di copertura la cui intima essenza rimane oggetto degli accertamenti in corso sull’identificazione degli autori dell’omicidio”. Gli inquirenti citano a proposito dei depistaggi, l’allora questore di Palermo Vincenzo Immordino, definito protagonista “di due tentativi di sviamento delle indagini”. Per uno di questi sarebbero stati sentiti con notevole ritardo testimoni fondamentali come lo stesso ministro degli Interni Virginio Rognoni, da cui era andato Mattarella poco prima del delitto.
Il capo centro del servizio segreto Sisde, Giovanni Ferrara, aveva scritto un appunto per il direttore del Sismi, scrivendo che i sospetti si appuntavano su “un giovane killer non siciliano appartenente a un non precisato gruppo terroristico di sinistra“. Immordino avrebbe definito “persona qualificata e attendibile” persino l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, non a caso già allora ritenuto uno dei possibili corresponsabili dell’omicidio.
Poi spicca la figura di Bruno Contrada, dirigente del centro Criminalpol per la Sicilia occidentale e dirigente ad interim della squadra mobile di Palermo dopo l’omicidio di Boris Giuliano (21 luglio 1979). L’ex dirigente e numero tre del Sisde, oggi 94 enne, compì una serie di indagini, sull’omicidio, sentendo personalmente sia la vedova, Irma Chiazzese, che il figlio della vittima, Bernardo Mattarella. Piritore aveva subito detto di aver informato il proprio dirigente, appunto Contrada, del ritrovamento del guanto – poi sparito – trovato nell’auto dei killer.
Circostanze che l’indagato riferisce senza assoluta certezza, a causa, spiega, del lungo tempo trascorso dall’epoca dei fatti. Emerge pero’ che tra il dirigente e il funzionario c’era un rapporto che andava oltre quello di lavoro, visto che Contrada – stando alle annotazioni sulla sua agenda – era invitato al battesimo della figlia di Piritore, nata un mese dopo l’omicidio Mattarella. Contrada e’ stato condannato a 10 anni per concorso in associazione mafiosa. Sentenza poi dichiarata “ineseguibile” prima dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e poi dalla Cassazione, ma questo – secondo i pm di Palermo – non toglie alcuna forza al valore dei fatti accertati, e cioé i rapporti fra Contrada e boss mafiosi, tra cui Toto’ Riina.
Pm, le indagini sviate da pezzi delle istituzioni
“Nella ricerca del materiale utile alle nuove investigazioni di tipo tecnico, si è avuto modo di accertare (ulteriormente) che le indagini dell’epoca furono gravemente inquinate e compromesse dall’opera di appartenenti alle istituzioni che, all’evidente fine di impedire l’identificazione degli autori dell’omicidio del presidente Mattarella, sottrassero dal compendio probatorio un importantissimo reperto, facendone disperdere definitivamente le tracce”. È quanto sostengono, con riferimento alla sparizione del guanto ritrovato nella 127 utilizzata dagli assassini, i pm della procura di Palermo nella richiesta di misura cautelare, accolta dal gip Antonella Consiglio.
. Nella fattispecie secondo i pm “nel corso delle ricerche del guanto si è realizzato il delitto di depistaggio posto in essere da Filippo Piritore, in occasione delle dichiarazioni rese il 17 settembre 2024 quando, al precipuo fine di ostacolare e sviare le attuali indagini in corso sul delitto Mattarella, l’ex appartenente alla Squadra mobile di Palermo ha affermato circostanze certamente e incontrovertibilmente false”.
E’ morta la donna accoltellata a Milano, arrestato l’ex marito
AGI – Luciana Ronchi, la donna aggredita stamane a Milano, è morta all’ospedale Niguarda. Non è servito il lungo intervento a cui è stata sottoposta dopo essere stata rianimata da un arresto cardiaco. L’accusa per l’ex marito Luigi Morcaldi, fermato in serata dalla Polizia Locale, passa quindi da tentato omicidio a omicidio.
La donna, 62 anni, era nel quartiere Bruzzano di Milano quando l’ex marito le ha teso un agguato sotto casa e l’ha accoltellata più volte al volto e alla spalla. Poi è fuggito a bordo di uno scooter ed è stato arrestato dalla Polizia Locale dopo una caccia durata alcune ore. L’aggressione è avvenuta in via Giuseppina Grassini, in particolare, dalle tracce di sangue sulla strada e le testimonianze.
Morcaldi è stato rintracciato attraverso il segnale del suo telefono. A quanto si apprende da fonti giudiziarie, gli investigatori hanno trovato la sua auto e poi hanno ‘agganciato’ il suo telefono che ha riacceso dopo averlo tenuto spento per qualche ora. Il coltello col quale avrebbe cercato di ammazzare l’ex moglie è stato trovato in un cestino della spazzatura nel parco poco distante da via Grassini. Il pm Giovanni Tarzia si è recato sul posto per interrogarlo in un ufficio della Polizia Locale. Quando gli agenti della Polizia Locale lo hanno fermato l’uomo avrebbe fatto dichiarazioni confuse mostrandosi sorpreso.