Lady Macbeth tra eros, violenza e torce umane scuote la Scala: 11 minuti di applausi

AGI – La tempesta erotica, l’impeto della passione, tradimenti, corruzione e violenza senza redenzione. Ed effetti speciali, come le ‘torce umane’. Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Sostakovic, diretta magistralmente da Riccardo Chailly, con la regia innovativa di Vasily Barkhatov che questa sera ha dato il via alla stagione del teatro alla Scala di Milano, è stata omaggiata dal pubblico del Piermarini con oltre 11 minuti di applausi. Ovazione particolare per la soprano Sara Jakubiak (Katerina L’vovna Izmailova), il basso Alexander Roslavets (Boris Timofeevi? Izmailov) e il tenore Najmiddin Mavlyanov (Sergej).

Un’opera “Un po’ scandalosa” per la senatrice a vita Liliana Segre, seduta nel palco Reale, “ma sempre molto interessante” come tutto quello che viene a vedere alla Scala, da quando aveva cinque anni. I commenti nel foyer sono unanimi: “è molto forte, sconvolgente, di grandissimo impatto. Memorabile”. Pesa un po’ l’assenza della politica quest’anno, tanto che il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana arrivando in teatro ha commentato “Ce ne faremo una ragione, viviamo bene anche da soli”.

 

 

In rappresentanza del governo c’è solo il ministro Alessandro Giuli. Ma non manca la cultura e lo spettacolo in sala, con Achille Lauro, Mahmood, Pierfrancesco Favino, Giorgio Pasotti. Presente al completo anche il nuovo Consiglio di Amministrazione del Teatro, con Giovanni Bazoli, Barbara Berlusconi, Diana Bracco, Giacomo Campora, Claudio Descalzi, Marcello Foa e Melania Rizzoli.

L’opera procede (nonostante la sua durata, 3 ore e 40) come un film crudele, trascinata da un’onda di sentimenti estremi che la musica amplifica e sottolinea in ogni passaggio. Il titolo, che fu travolto dalla censura del regime e colpito dall’anatema della Pravda, che ne decretò la natura immorale e anti-popolare censurato da Stalin nel 1936 dopo il successo iniziale, si impone oggi come scelta forte e vincente.

“È proprio vero che il tempo è galantuomo” ha commentato il sovrintendente Fortunato Ortombina, e il fatto che sia rappresentata proprio il 7 dicembre è importante perché “apre a un linguaggio di una tale modernità come forse finora non era mai successo, quindi chissà che fra qualche anno il pubblico non ci chieda di inaugurare la stagione, magari con una prima assoluta”. Il fatto che si tratti di un’opera russa non ha suscitato i temuti contrasti ideologici. D’altra parte come ha sottolineato il sovrintendente “la musica è sovrana”. E arriva come un pugno allo stomaco.

La scena della violenza e quella della seduzione si caricano della tensione dettata dall’incalzare della partitura. E pensare che non ci sono scene di nudo, se non le spalle di Sergej lacerate dalle frustate, eppure la brutalità delle immagini passa tutta, forse ancora più forte di quanto farebbe l’esibizione diretta dei dettagli. La grande presa drammatica del testo è accompagnata da effetti visivi.

Un grande schermo a led, proietta immagini in bianco e nero: è l’inventario degli oggetti rinvenuti sulla scena del crimine, numerati uno dopo l’altro. Un coltello, una corda, i primi indizi visivi, del sangue. Il linguaggio è coerente con le scene, duro, esplicito, frasi come “Fermati cagna”, sono lessico normale. Al centro del palcoscenico una botola si apre e si chiude di continuo: da lì emerge un tavolino con un poliziotto che raccoglie le deposizioni dei testimoni. Anche Katerina confessa di aver avvelenato il suocero Boris. Mentre parla, sul fondo della scena riappare il passato: lui che mangia i funghi avvelenati. Presente e memoria si sovrappongono davanti agli occhi del pubblico come in un flashback cinematografico.

La trama è uno specchio spietato della società, con 4 morti e nessun pentimento. Scene di quotidianità tra due amanti: lui in calzino corto, boxer e canottiera, lei in camicia da notte. L’amante che si rifugia nell’armadio, il più classico dei nascondigli, diventa un dettaglio ironico dentro una storia che scivola presto nel dramma.

Chailly nel suo ultimo 7 dicembre da direttore musicale, non poteva chiudere questi 12 anni al Piermarini, con un’opera più interessante dove “l’orchestra è protagonista”. Nel vero senso della parola, durante il funerale di Boris troviamo i fiati in palcoscenico. La musica potente e magnetica sottolinea ogni gesto dei cantanti e da’ ampiezza ai sentimenti.

“In Lady Macbeth l’orchestra non accompagna soltanto ma è il vero narratore dell’opera fin dall’inizio ed è rapita dentro una difficoltà tecnica enorme” spiega il maestro. La ‘noia’ di Katerina, intrappolata in un matrimonio infelice, una farsa sociale “è già tutta nei clarinetti dell’introduzione con una ripetizione ossessiva che ne racconta l’ozio”. Lo stesso vale per ogni scena: è la musica che racconta. Il regista osa e vince con un finale di forte impatto. L’omicidio-suicidio non si consuma tra i flutti gelidi di un fiume. Katerina uccide Sonetka, l’amante di Sergej, e si toglie la vita in un abbraccio di fuoco. Si cosparge di benzina e si dà alle fiamme stringendo a sé la rivale. Scene di estrema durezza, non adatte a tutti. Il teatro ne è ben consapevole. Tanto che lo segnala esplicitamente: sul tablet dei sottotitoli compare la scritta “Attenzione – Warning”, con l’avviso “al gentile pubblico che lo spettacolo include scene che potrebbero turbare la sensibilità degli spettatori”. 

 

 

 

 

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